lunedì 28 gennaio 2008

Seirei No Moribito, il Guardiano dello Spirito Sacro

Era ormai un po’ di tempo che non guardavo una serie “full – lenght”, ovvero di 24-26 episodi. Un po’ per una concreta questione temporale: visionare un’opera simile nella sua completezza, calcolando una durata di 25 minuti ad episodio, significa trascorrere quasi undici ore di fronte allo schermo.
Ma basta lamentarsi e veniamo all’opera in questione.

Seirei No Moribito è una serie TV del 2007 diretta da Kenji Kamiyama e basata sui primi due volumi di una serie di romanzi fantasy dello scrittore Nahoko Uehashi. La realizzazione è affidata alla prestigiosa Production I.G., da sempre distintasi per l’eccellenza tecnica delle sue produzioni, a partire da lungometraggi come The End of Evangelion, Jin-Roh, Ghost in the Shell fino a serie animate come Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (di cui lo stesso Kenji Kamiyama è regista) e Blood+.

Come il suo omologo cartaceo, la serie animata prende vita in un mondo tra l’epico e il fantasy, in cui coesistono guerrieri, sciamani, indovini, spiriti protettori e demoni, così come numerosi regni e i rispettivi imperatori.

Un breve accenno alla storia.

Balsa è una guerriera (nella serie ci si riferisce spesso a lei come “il lanciere”) che lavora come guardia del corpo. Dopo diversi anni decide di tornare a visitare l’impero di Yogo, ma appena dopo il suo arrivo assiste ad un terribile incidente: una carrozza perde il controllo su un ponte, un ragazzo viene sbalzato fuori e finisce in acqua. Utilizzando le sua abilità di guardia del corpo, Balsa riesce a salvare il giovane da una morte certa, salvo poi scoprire che egli altri non è se non il secondo principe della famiglia imperiale di Yogo, Chagum.

Viene rintracciata e condotta a palazzo per ricevere i dovuti ringraziamenti; qui la seconda imperatrice le svela che il figlio Chagum pare essere posseduto da uno spirito dell’acqua, e che questo ha determinato nell’imperatore la decisione di assassinarlo per evitare scandali che possano indebolire l’impero. Le chiede quindi di assumersi un oneroso incarico: scappare col principe e proteggerlo per il resto della sua vita in cambio di una enorme ricompensa.


Balsa accetta, accennando ad un voto che le impone di salvare otto vite, che contando quella di Chagum potrebbe considerarsi assolto. Comincia così il lungo e pericoloso viaggio dei due, braccati dagli scagnozzi imperiali e alle prese con la strana entità che sembra possedere il giovane …

Questo ovviamente non è che l’inizio, la storia si dipana e si complica attraverso i ventisei episodi, e non mancano colpi di scena così come flashback sul passato dei protagonisti.

Dal punto di vista strettamente tecnico Seirei No Moribito è assolutamente spettacolare. I fondali sono meravigliosamente disegnati, e le frequenti panoramiche su immense vallate verdeggianti e maestose montagne innevate riportano alla mente le epiche sequenze di “Princess Mononoke”, di cui in realtà un po’ ovunque si respira l’atmosfera. Il character design è maturo e realistico, l'animazione, fluida e di qualità costante per tutta la durata della serie, dà il meglio di sè nelle scene d'azione, che siano combattimenti o inseguimenti.

Seirei No Moribito è una serie di grande spessore, adulta e senza inutili fronzoli. In una serie simile non sarebbe strano ad esempio aspettarsi che, per “alzare gli ascolti”, la protagonista, femmina e per di più guerriera, si aggiri per il mondo in abiti succinti che ben si prestano ad ammiccamenti vari; invece Balsa veste come un normale guerriero, con una veste chiusa fin sotto il collo e lunga fino ai piedi. Certo, il suo fisico è statuario e dalle forme generose, ma questo ci viene solo lasciato intuire.

I personaggi sono belli e ben caratterizzati. Balsa è un’eroina che si è costruita un suo personale codice morale che segue rigidamente; agisce guidata da un forte senso di giustizia, è intelligente, carismatica e tagliente nell’eloquio – di cui fa un uso quanto mai parsimonioso. Per questi ed altri aspetti mi ha ricordato una versione “fantasy” del maggiore Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell.


Per citarne un altro, il più gustoso è sicuramente quello dello Sciamano Torogai, una vecchia tanto saggia quanto scorbutica e maleducata; davvero esilarante, soprattutto inserita in una storia dalle tinte spesso fortemente drammatiche. In questo personaggio ritrovo un’altra, evidente ispirazione Miyazakiana nella forte somiglianza con la strega Yubaba de “La Città Incantata”.

Bellissima quanto epica infine la colonna sonora di Kenji Kawai, fatta di pezzi orchestrali mozzafiato che ben sottolineano in particolare le scene più drammatiche o d’azione.

La sigla iniziale (eh già, pur sempre di una serie si tratta) è un bel brano pop-rock dei famosissimi L'Arc~en~Ciel, intitolato “Shine”.

In definitiva Seirei no Moribito riesce a mantenere viva l’attenzione e la curiosità dello spettatore innanzitutto grazie ad una grande storia e ad una sapiente regia. Ogni episodio aggiunge nuovi elementi ed altri ne lascia in sospeso, fino ad arrivare alle ultime drammatiche battute e ad un finale assolutamente all’altezza, pienamente conclusivo e che ci lascia con un solo rimpianto: che tutto si sia ormai concluso.

A questo uniamo dei personaggi credibili, un mondo affascinante e fantastico ma mai “esagerato” e una realizzazione tecnica mozzafiato, ed otteniamo un prodotto abbondantemente sopra la media, dagli standard quasi cinematografici. Consigliatissimo.


Voto: 8,5/10


Collegamenti:

http://www.productionig.com/contents/works_sp/53_/index.html

http://www.moribito.com/

Trailer 1

Trailer 2

Sigla di apertura

domenica 20 gennaio 2008

Playlist semi riassuntiva al 19.01.08

Il mondo dei computer è bello finchè funziona tutto, ma le insidie sono sempre in agguato. Messo in chiaro una volta per tutte col mio pc chi è che comanda, torno quindi ad aggiornarvi sugli ascolti (perlomeno sui più importanti), cercando di recuperare il tempo perso.
Enjoy!












Mazzy Star - So Tonight that I Might See [Capitol 1993]

Questo disco è un piccolo mondo a parte. La musica si muove tra il folk, il dream-pop, lo sheogaze alla My Bloody Valentine, venature blues, e consistenti echi psichedelici. La voce di Hope Sandoval è timida, sommessa, di una dolcezza dirompente. E forse, al di là del bellissimo singolo "Fade into You", di una splendida ballata come "Five String Serenade" o del languido blues di "Wasted", sono proprio i brani in cui la connotazione psichedelica si fa più evidente a dare la vera e più sincera dimensione della musica dei Mazzy Star (nominalmente una band, ma di fatto progetto della cantante Hope Sandoval e del chitarrista David Roback): "Mary of Silence", "Into Dust" e soprattutto la title-track, una lunga ed avvolgente litania da ascoltare di notte davanti al fuoco, magari in mezzo al deserto.

Voto: 8,5 /10

Genere: dream-pop, shoegaze












PJ Harvey - Stories frome the City, Stories from the Sea [Island 2000]

Primo avvicinamento per il sottoscritto alla torbida rockeuse inglese con questo disco che, a quanto ho letto, è anche il suo più genuinamente "rock". Che dire, mi ha decisamente entusiasmato; dai pezzi traspare una passione e una sensualità fuori dal comune, nonchè una buona ispirazione melodica.

Voto: 7,5/10

Genere: songwriter, rock













Dot Allison - We Are Science [Mantra 2002]

Dorothy Allison è una cantante di Edinburgo che negli ultimi anni ha fatto parecchio parlare di sè nel mondo dell'elettronica "alternativa". Questo We Are Science è il secondo disco da solista. La sua musica è stata definita "trip-pop", e direi che l'etichetta è piuttosto azzeccata: i pezzi sono piacevoli ed orecchiabili, la maggior parte costruiti su basi elettroniche semplici, in cui il "beat" è molto presente ("We're only science"), insieme ai synth e al basso. Altri sono più vicini a pezzi rock "classici" ("Strung Out"). La voce di Dorothy si inserisce in maniera delicata, a volte solo un po' più che un sussurro.

Voto: 7,9/10

Genere: indietronica












Miss Kittin - Batbox [Nobody's Bizzne 2008]

Miss Kittin è una nota ed apprezzata dj francese con una spiccata immagine da "bad girl".
Questo è l'ultimo disco, altri non ne ho sentiti. Per intenderci sulla carta non è troppo diversa da Dot Allison, mentre nella realtà il risultato è ben più "acido" e dance-oriented. Come quella proposta da Dot Allison però anche questa è elettronica di gran classe, danzereccia certo, ma in grado di rivelarsi assolutamente affine anche alle orecchie di un ascoltatore di rock.

Voto: 7,3/10

Genere: indietronica












Infected Mushroom - I'm the Supervisor [JVC Japan 2005]

E qui invece andiamo sul tunz vero e proprio. Gli Infected Mushroom sono un duo israeliano di Tel Aviv, molto rinomati per la loro fusione tra techno "dura" e ritmi e sonorità etniche in un genere definito "psytrance".
Non sono i Chemical Brothers, qui la cassa picchia e di brutto, roba da tirar giù i vetri. Eppure sono le tante e continue raffinatezze, i cambiamenti d'atmosfera o addirittura di genere, la varietà di suoni e di strumenti (ci sono anche parecchie chitarre, per intenderci), l'innegabile talento nel costruire al momento giusto sequenze melodiche entusiasmanti a rendere "I'm the Supervisor" tanto valido.
Probabilmente il rocker più puro avrà bisogno di svariati passaggi intermedi prima di riuscire a digerire un disco del genere.
Quanto a me, gimme some more!

Voto: 8,3/10

Genere: techno, psytrance












Ai Otsuka - Love Jam [Avex Trax 2005]

Questo è un altro disco che adoro della ragazzina terribile di Osaka. Si passa da brani letteralmente scatenati ("Superman", "Happy Days", "Pon Pon") a meraviglie pop-dance ("Moso Chop") a ballate da brivido (su tutte la meravigliosa "Daisuki Da Yo"). Insieme a "Love Cook" indiscutibilmente il migliore.

Voto: 8,0/10

Genere: J-pop












Descendents - Milo Goes to College [New Alliance Records 1982]

Il punk rock dei californiani Descendents ebbe il pregio di introdurre nella durezza dell'hardcore una marcata sensibilità melodica, anticipando gran parte del cosiddetto punk rock melodico di lì a venire.
A parte questo, Milo Goes to College è un gran bel disco.

Voto: 7,0/10

Genere: punk rock












Clock dva - Advantage [Wax Trax! 1983]

Non sono un grandissimo estimatore dell'industrial, almeno non per il momento. Ma questo disco lo adoro. Sarà che si distanzia dalle sonorità industriali più dure, saranno gli arrangiamenti di fiati, saranno gli incredibili groove tra batteria e basso, oppure sarà l'atmosfera genialmente cupa e decadente che avvolge l'intero album. Sarà il cantato minaccioso e marziale di Adi Newton, saranno quelle aperture melodiche che proprio non ti aspetteresti. Ma se Advantage non è un capolavoro ... anzi, che dico. E' un capolavoro.

Voto: 9,5/10

Genere: industrial, post-punk












The Dillinger Escape Plan - Ire Works [Wea/Relapse 2007]

Un solo ascolto probabilmente non basta, ma forse è sufficiente a capire l'entusiasmo che si è creato attorno all'ultimo disco dei Dillinger Escape Plan sulla stampa specializzata.
Alle tipiche sfuriate mathcore si affianca una dose sempre maggiore di sperimentalismo e di contaminazione, sconfinando a tratti nella fusion; dall'altra parte, ecco parti semi lineari, vocalmente fruibili, melodiche.
Un affascinante incontro fra ordine e caos.

Voto: 7,2/10

Genere: mathcore

mercoledì 9 gennaio 2008

Al cinema col grande Cthulhu - parte 1

Quand'ero ancora al liceo ho sviluppato una grande passione per i racconti e la mitologia di H. P. Lovecraft; ho letto praticamente tutto il leggibile, e tutto più di una volta. Tuttavia mi sono recentemente reso conto di non avere mai indagato a dovere le trasposizioni filmiche dei lavori del solitario di Providence. Ce ne sono? Ma soprattutto, ce ne sono di valide?

Stando a quanto ho potuto appurare fino ad ora, la risposta è ad entrambe le domande.

Per cominciare, l'altro ieri sera ho visto in sequenza:

Dagon (2001)

From Beyond (1986)

Entrambi ispirati al ciclo dei miti di Cthulhu di H. P. Lovecraft, sono entrambi diretti da Stuart Gordon e prodotti da Brian Yuzna, la stessa coppia di Re-animator del 1985 (di cui parlerò in futuro).


Dagon è ispirato a due importanti racconti di Lovecraft (The Shadow over Innsmouth e Dagon, appunto) incentrati su una sperduta cittadina marittima i cui abitanti, abbandonata la fede cristiana, hanno iniziato ad adorare un antico e sanguinario dio del mare, che concede abbondanza di pesce e oro in cambio di riti in suo onore e sacrifici umani.
La "salvezza" offerta da Dagon è ben diversa da quella del Dio cristiano: gli abitanti del villaggio evolvono e mutano lentamente prima in creature anfibie, per poi trasferirsi definitivamente nel mare e vivere per sempre in adorazione di Dagon.
Il film mi è decisamente piaciuto, in quanto oltre ad una realizzazione tecnica di buon livello (quando non ottimo) offre un panorama di situazioni e personaggi davvero irresistibili per un appassionato del maestro di Providence. L'atmosfera è pesantissima, maligna; gli abitanti di Imboca (così è rinominata Innsmouth nel film) si aggirano zoppicando per le vie buie e umide emettendo suoni raccapriccianti simili ai gracidii delle rane, e i loro corpi mostrano i disgustosi segni della mutazione, le dita palmate, gli occhi vitrei.
La trama ha un inizio molto semplice per poi complicarsi parecchio, nel rispetto dei racconti originali.
Due coppie sono in vacanza su una barca a vela, al largo della costa spagnola. Improvvisamente nei pressi della costa incappano in una tremenda tempesta, l'imbarcazione si arena sugli scogli e una donna si ferisce gravemente ad una gamba; l'unica soluzione per Paul e la sua fidanzata è andare a cercare aiuto per i loro amici al villaggio che si vede sulla riva.
Tuttavia non appena i due sbarcano risulta evidente che c'è qualcosa di strano: non si vede anima viva, porte e finestre sono sbarrate, e si ode uno strano canto, simile ad una cerimonia. I due giungono ad una chiesa che reca uno strano simbolo e la scritta "Esoteric Order of Dagon" ...

Nel corso della visione non mancano, insieme a mostri e deformità assortite, un paio di scene splatter davvero truculente.
Altra nota di merito sono le frequenti sequenze oniriche, in cui il protagonista sogna di nuotare negli abissi tra le rovine di una civiltà dimenticata; grazie ad esse la storia guadagna in profondità e pathos.
Unica pecca degna di nota è proprio il protagonista (Ezra Godden), piuttosto scialbo; un Jeffrey Combs sarebbe stato di certo tutta un'altra cosa.


From Beyond (dal racconto omonimo del 1920), per quanto più vecchio e dall'aspetto assai meno "lucido", quasi da b-movie, è un pugno nella stomaco, un vero delirio di visioni allucinate, carni straziate, corpi deformati.
La storia è semplice e brutale: due scienziati, il dottor Pretorius (Ted Sorel) e il suo assistente Crawfford Tillinghast (Jeffrey Combs), costruiscono un "risonatore", ovvero un diapason che vibrando ad una determinata frequenza manda in risonanza la ghiandola pineale di chi si trova nel suo raggio d'azione. Questa ghiandola secondo la teoria di Pretorius (mutuata da Cartesio) costituirebbe un "sesto senso" sopito, il favoloso "terzo occhio", e le vibrazioni ne aiuterebbero il risveglio spalancando le porte alla percezione di un altro mondo ....
Un esperimento finisce male, Pretorius scompare; Tillinghast è accusato del suo omicidio e internato in un manicomio - viste le sue continue allusioni a "creature che non possiamo vedere ma che sono sempre intorno a noi".
La psichiatra Katherine McMichaels (una bella e brava Barbara Crampton), non credendo alla sua pazzia, vuole aiutarlo a riottenere la libertà; ma l'unico modo per farlo è ripetere l'esperimento ...

Il film coniuga una trama infarcita di temi oltremodo "malati" a scene morbose ed effetti speciali "esagerati" - in cui a farla da padrone è lo scempio più sfrenato dell'integrità corporea - riuscendo appieno nel compito di turbare lo spettatore con una vera e propria esperienza da incubo.


Dopo i film però ho fatto un po' fatica a prendere sonno, avrò mangiato pesante? Mah.

mercoledì 19 dicembre 2007

Pausa natalizia

Forzata, in verità. Causa trasloco e festività concomitanti la telecom mi riattiverà la linea solo il 3 gennaio 2008 (spero), quindi fino ad allora nisba aggiornamenti.
Nel frattempo auguro a tutti i lettori e a tutte le lettrici, ma soprattutto alle lettrici, un buon natale e un felice anno nuovo.
Al 2008 con playlist, recensioni e altre amenità!

martedì 18 dicembre 2007

Maaya Sakamoto - Special Live Shounen Alice Unplugged [02.06.2004 Inter fm]

Nonostante tra i fan sia abbastanza noto e diffuso, ho deciso di rendere disponibile qui sul blog questo live non ufficiale di Maaya Sakamoto, registrato nel 2004 alla radio Inter fm.
Essendo a tutti gli effetti un "bootleg" non ci sono grossi problemi di diritti d'autore, quindi alè.
A differenza della versione "traccia unica" normalmente reperibile sulle varie reti p2p mi sono preso la briga di tagliare le parti parlate - e vi assicuro che la cara Maaya è tanto brava a cantare quanto chiacchierona - in modo da avere solo i brani separati.
Tutte le songs appartengono al bellissimo "Shounen Alice" del 2003 tranne le prime due: "Tune the Rainbow" è tratta dalla colonna sonora "23 ji no Ongaku" del 2002, mentre "Daniel" proviene dalla raccolta di singoli "Nikopachi", del 2003.
Si tratta comunque di pezzi tutti risalenti al periodo in cui la lunga collaborazione tra Yoko Kanno (compositrice) e Maaya Sakamoto (interprete) ha dato i suoi massimi frutti.
I pezzi sono riarrangiati dunque in versione acustica, e a sostenere la meravigliosa voce di Maaya ci sono (a orecchio) un pianoforte, una chitarra acustica, un contrabbasso, delle percussioni e un violino. Vengono ovviamente tralasciati i pezzi più "elettrici" a favore di altri più adatti alla rivisitazione unplugged, e il risultato finale è una performance davvero convincente.

Un'ottima prova della bravura di Maaya e un'occasione per sentire le sue canzoni in una versione più "raccolta" ma non per questo meno entusiasmante.

Tracklist:
  1. Tune the Rainbow
  2. Daniel
  3. Makiba Alice!
  4. Yoru
  5. Kingfisher Girl
  6. Hikari Are
  7. Uchu Hikoshi no Uta



domenica 16 dicembre 2007

Playlist settimanale (09.12 - 15.12)












Asian Kung-Fu Generation - Sol-Fa [Ki/oon
Records 2004]

Per una volta abbandono la splendide voci femminili di cui il pop giapponese abbonda per un gruppo rock tutto maschile.
Gli Asian Kung-Fu Generation esordiscono nel 1996 come una indie band, rilasciando due dischi prima di firmare per la Ki/oon Records, una divisione della Sony Music Entertainment Japan.
Sol-Fa è quindi il secondo sotto una major.
Il gruppo capitanato dal cantante chitarrista Gotoh Masafumi propone fondamentalmente un ottimo (punk)rock melodico, caratterizzato da arrangiamenti molto curati e dalla tipica sensibilità "pop" dei giapponesi. I pezzi sono ritmicamente potenti, studiatissimi nelle armonie e infarciti di melodie azzeccate. Da molti di essi traspare un evidente approccio "emotivo" alla musica, ovvero la ricerca di quei passaggi melodici "importanti" che rendono un brano davvero coinvolgente.
Come è costume in Giappone, diversi pezzi degli Asian Kung-Fu Generation sono stati associati ad importanti serie animate in qualità di sigle di apertura (Naruto, Fullmetal Alchemist, Bleach).
Ultima cosa, apprezzo molto l'estetica del gruppo (Gotoh in particolare), molto working class e per nulla ostentata.

Che dire, una bella scoperta.

Video: Rewrite.

Voto: 7,0/10

Genere: J-rock













Boards of Canada - Music Has the Right to Children [Warp 1998]

Qui siamo qualitativamente agli stessi - massimi - livelli del Brown Album degli Orbital; senonché in Music Has the Right to Children la connotazione dance cede il passo alla suggestione ambient.
Il duo scozzese produce musica elettronica utilizzando rigorosamente una strumentazione analogica, dando vita ad incredibili quanto complesse textures sonore in cui si inseriscono samples di ogni tipo. L'aura che circonda i pezzi è spesso intrisa di una trasognata malinconia, data non solo dalle delicatissime melodie e dai suoni eterei, ma anche da tanti piccoli dettagli - delle voci in sottofondo, delle risate infantili, elementi che "ampliano la scena" insomma.
Ancora una volta abbiamo un esempio lampante di come la musica elettronica possa essere emotivamente valida, anzi, di come a volte possa esserlo in modo assolutamente unico - se messa in mano alle menti giuste.

Video: An Eagle in your Mind, Olson (fan video)

Voto: 10/10

Genere: ambient techno

domenica 9 dicembre 2007

Playlist settimanale (02.12 - 08.12)












Wilco - Kicking Television: Live in Chicago
[Nonesuch 2005]

La classe non è acqua, e in questo doppio live Jeff Tweedy e la sua band lo dimostrano alla grande, con una performance impeccabile, grintosa ed emozionante.

Voto: 9,2/10

Genere: indie folk-rock












Tamaki Nami - Make Progress [Sony Music Japan 2005]

Come al solito non so spiegare la strana alchimia che scatta quando mi innamoro di un disco jpop; innamoramento che in questo caso è più che evidente.
Nami è una giovanissima (1988) cantante e ballerina giapponese - quella che potremmo definire una idol - e questo suo secondo disco è un concentrato di melodie ammiccanti e ritmi dance.
Produzione cristallina, una voce bella e potente, e la solita sfacciata ossessione per il motivo orecchiabile; forse è proprio questo che amo del pop giapponese, la totale mancanza di mezze misure.
Da sentire assolutamente Reason, utilizzata come prima sigla di chiusura nella serie animata Gundam Seed Destiny.

Voto: 8,6/10













Ho accompagnato all'ascolto di Make Progress il singolo "Realize", tratto dal precedente full-lenght "Greeting" (2004); ad oggi il mio brano preferito fra le interpretazioni di Nami, anch'esso utilizzato in Gundam Seed - questa volta come quarta sigla di apertura.

Voto: 9,0/10

Genere: jpop, dance












Big Star - #1 Record [Ardent 1972]

Il primo disco dei Big Star - ritenuti i padri del cosiddetto "powerpop" - è un concentrato di canzoni rock-pop praticamente perfette. Un incontro a metà strada fra la durezza dei Led Zeppelin e la sensibilità "pop" dei Beatles.

Voto: 8,7/10

Genere: rock












The Oscillation - Out of Phase [DC 2007]

Scoperto pochi giorni fa grazie ad un utente di Ondarock, questo disco di rock psichedelico mi ha piacevolmente impressionato. Chitarre iperriverberate, basso acidissimo, batteria ultra compatta, e un'orgia di effetti elettronici che vanno a completare il quadro di un sound lisergico e sognante.

Voto: 7,5/10

Genere: rock psichedelico

Disaster! the movie - il disastro definitivo

Sin dai primi momenti in cui l'uomo uscì dal limo primordiale, egli ha lottato contro la natura.
Spesso vincendo.
Ma, a volte, la natura contrattacca.


Quest'incipit altisonante ci introduce ad uno dei film più stupidi, demenziali, politicamente scorretti, volgari e truculenti che abbia avuto modo di vedere in vita mia. E con una peculiarità non da poco: Disaster! è un lungometraggio interamente realizzato con la cosiddetta tecnica "stop motion", resa famosa da opere come Nightmare Before Christmas e The Corpse Bride di Tim Burton, o Wallace & Gromit di Nick Park.
La storia fa palesemente il verso al classico disaster movie in cui la Terra è minacciata dall'imminente impatto di un enorme asteroide (leggi "Deep Impact"); il buon Ministero della Difesa degli USA mette dunque insieme il proverbiale manipolo di eroi senza macchia e senza paura, che con una missione-suicida-ma-forse-no si occuperanno di raggiungere il pietrone, farcirlo di cariche esplosive e tentare poi di riportare a casa la pellaccia prima del botto finale.

Ma veniamo al nostro film.
Ad avvistare per primo il gigantesco corpo celeste è un astronomo che, intento a masturbarsi puntando il telescopio del suo osservatorio verso una doccia femminile, sposta accidentalmente lo strumento scoprendo così la grave minaccia che incombe sulla Terra e sui suoi abitanti.
Viene così informato il Ministero della Difesa e formata la squadra che dovrà assumersi il compito di salvare il pianeta, reclutando i più grandi esperti in materia di disastri: Harry Bottoms (il leader), VD Johnson (un cacciatore di tornado), Sandy Mellons (una procace guarda costiera), Donkey Dikson (un esperto in trivellazioni di ogni tipo).















Rispetto ai film demenziali che conosco Disaster! va ben oltre, raggiungendo soglie di spudoratezza inimmaginabili.
In Disaster! ogni scusa è buona per mostrare un paio di tette, per prendersela con una minoranza, o per compiere brutali squartamenti; il nostro "manipolo di eroi" in realtà non è che una manica di depravati guidati esclusivamente dal desiderio sessuale...

Fra scoiattoli assassini, vibratori giganti, il presidente degli USA messicano, stazioni spaziali francesi a forma di camembert e androidi gay, Disaster! è una visione decisamente divertente e non convenzionale, che parodizza i classici disaster movies riprendendone tutti i cliché e aggiungendo abbondanti dosi di violenza e demenzialità.

Purtroppo/ovviamente esiste solo in lingua originale.

Collegamenti:

Sito ufficiale


Trailer