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domenica 26 aprile 2009

Back from Far East: resoconto di due giorni di full immersion nel cinema asiatico

Una delle prime cose che mi sono chiesto appena arrivato ad Udine è stata: perchè ho aspettato fino all'undicesima edizione del Far East Film Festival per decidermi a partecipare? Semplice, in realtà la mia passione per il cinema asiatico è nata piuttosto di recente. Eppure mi sembra già una vita. Ecco perchè ho sempre l'impressione di essere rimasto indietro.
Purtroppo non ho avuto il tempo di godermi tutte le manifestazioni "collaterali" del Far East (mercatini, performances, concerti, djset): due giorni sono pochi, e ho preferito buttarmi a capofitto nei film. Voi non fatelo mai, vedere quattro film al giorno non è davvero una cosa da persone sane di mente, o che aiuti a restarlo.
Comunque sia, come da titolo, cercherò di riassumere con poche (...) parole le mie impressioni sui sette film che ho avuto modo di vedere; per le trame dettagliate rimando al ricchissimo sito del Festival.

















Sabato 25.04, ore 11.00
CAPE NO. 7
di Wei Te-Sheng
Taiwan 2008, commedia romantica

Credo di aver capito che in Taiwan questo sia una specie di Titanic o giù di lì - per popolarità ed incassi, non certo perchè si parli di crociere andate male. Comunque, veniamo al film. L'inizio è scoppiettante, il cast ci viene presentato con un bel ritmo, le gag e i personaggi si susseguono rapidamente e piacevolmente. Un primo, netto peggioramento si verifica quando la musica sembra diventare il nodo cruciale del film. Parlare in un film di una band malassortita che fa le prove senza che ciò risulti noioso è molto difficile, e Cape No. 7, nonostante dei personaggi tutto sommato simpatici, fallisce clamorosamente. Il peggio però arriva quando il film vira verso il romantico puro, con dialoghi sugli arcobaleni al limite del delirante e monologhi amorosi da suicidio di massa. Senza contare le scene di cui francamente non si capisce l'utilità (il dono delle collane).
Oh, ho detto che questo era il peggio? Ho sbagliato. Il peggio arriva in fondo, quando tutto questo bel casino si trasla sul palco dell'agognata (?) esibizione. Un pezzo passi. Due, con tanto di dichiarazione d'amore pubblica, vabbè. Ma tre NO. NO!
L'unica intuizione potenzialmente valida di questo film, ovvero il pretesto delle vecchie lettere d'amore rispedite al mittente, resta quello che è: un pretesto.
Insomma, potrei andare avanti ore, ma voi fate così: evitatelo come la peste.
1/5

















Sabato 25.04, ore 14.15
ALL ABOUT WOMEN
di Tsui Hark
Cina 2008, commedia

Frizzante e sgangherata commedia pop con tre protagoniste femminili: una dottoressa con la mania dell'igiene e affetta da una "sclerosi selettiva" che le impedisce il contatto con gli uomini, una donna d'affari senza scrupoli e la cui bellezza fa strage di cuori, una diciannovenne pugile e rockettara con un boyfriend immaginario, la famosa popstar X.
Che dire, il ritmo è incalzante, addirittura schizofrenico, le protagoniste fanno tutte faville e le trovate geniali abbondano: giusto per dirne una, la dottoressa mette a punto delle pastiglie adesive di feromone che applicate sul corpo fanno perdere la testa ad ogni uomo che le passi vicino, il che dà vita alle situazioni più assurde. Verso la parte conclusiva il ritmo cala parecchio, passando per scene per i miei gusti un po' troppo "festose" con tanto di concertone di gruppo (ancora!? Basta!).
Comunque sia, promosso.
3/5

















Sabato 25.04, ore 16.30
ONE MILLION YEN GIRL
di Tanada Yuki
Giappone 2008, drammatico-road movie

Suzuko (Yu Aoi) è una ragazza di 21 anni che, a seguito di una lite con uno scomodo e non voluto coinquilino, subisce una condanna penale. A seguito di questo incidente la sua vita diventa sempre più complicata, fra le angherie delle coetanee e le maldicenze del vicinato. Suzuko decide quindi di lasciare tutto, amici, conoscenti e famiglia e di andare dove nessuno la conosce. Per fare questo lavora fino a mettere da parte un milione di Yen, cifra che secondo i suoi calcoli le consente di trasferirsi, versare la caparra per affittare un appartamento, e trovare un nuovo lavoro. Ogni volta che raggiunge questa somma cambia città, in una continua fuga da tutto e da tutti. Finchè si accorge che forse non tutti la giudicano per il suo passato.
Ecco IL film che per me è valso il viaggio Brescia-Udine e ritorno. La giovanissima Yu Aoi oltre che di una bellezza extraterrestre si può fregiare di una straordinaria forza recitativa, in grado di emozionare e catturare anche con un semplice sguardo. Soprattutto in un film che si regge interamente su di lei. Qui siamo sul terreno che preferisco, quello dei sentimenti trattati con la classica riservatezza e delicatezza giapponese, scremandoli di tutto il superfluo e restituendoli allo spettatore in tutta la loro nuda potenza. Due film mi sono tornati alla mente vedendo questo One Million Yen Girl: Su-Ki-Da di Hiroshi Ishikawa per la parte sentimentale, e Eureka di Shinji Aoyama per quella del road movie in cui il viaggio è ricerca di sè stessi. E non sono paragoni da poco! Stupendo.
5/5

















Sabato 25.04, ore 20.00
THE HANDSOME SUIT
di Hanabusa Tsutomu
Giappone 2008, commedia romantica

In breve: Takuro, un cuoco simpatico e di buon cuore, ma purtroppo vittima di una bruttezza che lo rende inappetibile a qualsiasi donna viene scelto come soggetto per testare la "Handsome Suit", una speciale tuta che rende bellissima qualunque persona la indossi.
Takuro inizia così a sperimentare le gioie della bellezza, che sembra rendere la vita immensamente più facile. Ovviamente scoprirà presto che non è tutto rose e fiori.
The Handsome Suit è un film molto divertente, con ottimi attori, e pieno di gag gustose e mai scontate. Come spesso accade in pellicole del genere i problemi saltano fuori quando i toni provano a diventare seri, scivolando nella banalità più assoluta.
2,5/5

















Domenica 26.04, ore 09.00
LIFE IS COOL
di Choe Equan
Corea del Sud 2008, drammatico

Life is Cool racconta la storia di tre grandi amici che si rivedono dopo dieci anni; a complicare le cose sarà l'entrata in scena di una donna, Yeonu, di cui pian piano si innamoreranno tutti e tre.
Il film è girato con la tecnica del rotoscope, quella cioè in cui il film viene ripreso "dal vivo" e poi ogni singolo fotogramma viene ricolorato per dare un effetto "animazione" - come in A Scanner Darkly per intenderci.
Life is Cool mi ha convinto e commosso. Ognuno dei tre protagonisti ha un modo tutto suo di intendere i sentimenti e ognuno a suo modo prova a legare Yeonu a sè; ovviamente questo influenza drasticamente anche la loro amicizia. Ottimi dialoghi, narrazione fluida e con dei momenti davvero poetici. L'unico dubbio che ho è che la tecnica del rotoscope, che pur apprezzo, abbia spesso minimizzato le capacità dei bravissimi attori.
4/5

















Domenica 26.04, ore 11.00
THE RAINBOW TROOPS
di Riri Riza
Indonesia 2008, drammatico

The Rainbow Troops narra della scuola elementare islamica di Muhammadiyah a Belitung, e degli sforzi dei tre inseganti per mantenere in vita l'unica scuola rimasta in grado di dare un'educazione ai figli dei non abbienti. I dieci studenti, figli di pescatori e operai, scopriranno quanto importante sia ricevere un'educazione per farsi strada nella vita, e saranno i primi a difendere strenuamente la scuola, dimostrando di poter competere con gli alunni delle scuole più prestigiose.
Da oscar la caratterizzazione degli studenti, dal musicofilo che ricarica le pile della sua radiolina mettendole al sole e si pavoneggia di ascoltare il jazz, la "musica delle persone intelligenti", al romanticone che si innamora delle unghie pulite della ragazza che gli vende il gesso per la scuola, di cui vede solo la mano.
The Rainbow Troops in definitiva è un buon film che diverte e commuove, anche se esagera un po' col buonismo.
3,5/5

















Domenica 26.04, ore 14.15
IF YOU ARE THE ONE
di Feng Xiaogang
Cina 2008, drammatico-commedia-romantico

Qin Fen, uomo di mezza età solo e ricchissimo grazie alla vendita del brevetto di una sua discutibile invenzione, cerca una moglie tramite un'agenzia di appuntamenti. Conosce Xiao xiao e se ne innamora; anche se il cuore di lei è dolorosamente legato ad un altro uomo, tra i due si instaura un rapporto unico.
Descritto così sembra un film di una serietà terribile, ma è tutto il contrario, o quasi. I toni sono spesso seri, ma vengono sempre sdrammatizzati nei dialoghi. Dialoghi che sono fra i più intelligenti e meravigliosamente ironici che abbia mai sentito; assistere agli svariati appuntamenti al buio di Qi Fen mi ha fatto spesso rotolare dalle risate. Anche i dialoghi fra i due protagonisti oscillano sempre fra l'inquietudine dei sentimentì, le battute più caustiche e i ragionamenti più paradossali, restando sempre ad un livello eccellente.
Intendiamoci, la serietà pura ogni tanto esce, ma mai in maniera eccessivamente insistita. Ho trovato invece un po' troppo calcata la figura del protagonista, che è sì un genio dell'ironia, ma in certe (lunghe) scene rischia di diventare un macchietta.
3,5/5

sabato 21 febbraio 2009

Welcome to the Quiet Room

















Titolo originale: Quiet room ni yôkoso

Produzione: Giappone, 2007
Genere: Drammatico
Regia: Matsuo Suzuki
Sceneggiatura: Matsuo Suzuki
Durata:
118'

Sakura Asuka è una giornalista freelance con problemi d'insonnia. In vista di un'importante scadenza lavorativa esagera con la birra e i sonniferi, e così si risveglia due giorni dopo in una stanza bianca, legata ad un letto. L'infermiera che la viene a visitare le spiega che è lì per aver tentato il suicidio, e poichè il suo compagno ha dato il consenso verrà dimessa solo quando lo staff medico lo riterrà possibile. Asuka ovviamente cerca di spiegare che si tratta di un equivoco, ma con scarsi risultati...













Ad un primo sguardo mi è subito tornato in mente I'm a Cyborg, but that's Ok di Park Chan-Wook; ma ben presto mi sono reso conto che oltre all'ambientazione "psichiatrica" i due film condividono poco. Il film di Park Chan-Wook privilegia il lato estetico e stilistico (spaventoso), a scapito purtroppo del coinvolgimento dello spettatore.
Tutto il contrario l'operazione di Suzuki. Non ci sono voli pindarici, nè soluzioni stilistiche pirotecniche; in Welcome to the Quiet Room tutto è giocato sui personaggi, sulle loro interazioni e sul mantenere il cuore dello spettatore saldamente ancorato alle vicende umane cui assiste. E qui veniamo agli attori, anzi, alle attrici. A partire dalla protagonista Yuki Uchida, fino ad arrivare alla glaciale infermiera interpretata da Ryo, passando per le compagne di sventura tra cui svetta la bellissima Yu Aoi, siamo di fronte ad un cast incredibilmente talentuoso e convincente.













A convincere inoltre è proprio la modalità con cui i temi vengono trattati. Come la vita di Asuka, all'apparenza normale, nasconda in realtà disperazione e tendenze autodistruttive si rivela a lei stessa quanto allo spettatore in maniera molto graduale, tramite continui flashback che vanno a comporre il quadro. La narrazione è agile e snella, non eccede nei drammatismi (sarebbe fin troppo facile) e anzi regala frequenti momenti comici ed alcune trovate davvero geniali - come una splendida e coreografica scena di ballo.













Al termine dei suoi 120 minuti Welcome to the Quiet Room ci lascia con un sorriso e tanti pensieri per la testa, fra cui uno che a me ronza in particolare: perchè film come questo, che riescono a trattare argomenti tanto spinosi con estrema lucidità ed intelligenza, riuscendo a divertire e a far riflettere, non vengono dati nelle scuole invece di essere puntualmente snobbati e relegati a merce per cinefili accaniti? Sarebbe un bene per tutti.

[Trailer]

giovedì 1 gennaio 2009

Cinema in pillole, # 9

Inauguro il nuovo anno con un aggiornamento sugli ultimi film che ho visto. Buon 2009!


















Il Mare
di Hyun-seung Lee, Corea del Sud 2000
Genere: drammatico, romantico, fantascienza
Titolo originale: Siworae (lett. "time-transcending love")

"Il Mare" è il nome di una casa costruita su delle palafitte in riva all'oceano. Eun-joo, (la Jeon Ji-hyun già protagonista di My Sassy Girl) al momento di traslocare dalla casa, lascia un messaggio nella cassetta delle lettere chiedendo al futuro inquilino di inoltrare le lettere per lei al suo nuovo indirizzo. Nelle scene successive vediamo Sung-hyun sistemarsi nella casa. Quando apre la cassetta delle lettere e trova il messaggio di Eun-joo resta stupito: la lettera è datata 1999, due anni più avanti del presente, e lui è il primo inquilino de Il Mare.
La cassetta delle lettere sembra avere il potere di mettere in comunicazione due linee temporali separate: comincerà così lo strano rapporto fra Eun-joo e Sung-hyun.
Il Mare è un film che si pone da qualche parte fra la fantascienza e il romantico, e lo fa con grande delicatezza e senza inutili esagerazioni. L'eterno tema dell'amore impossibile qui vede gli amanti separati nientedimeno che dal flusso inarrestabile del tempo; eppure i sentimenti riescono a valicare anche quello che pare invalicabile. Nonostante soffra di qualche eccessiva complicatezza legata all'espediente dello sfasamento temporale, Il Mare è un film intelligente, profondo, toccante e interpretato da ottimi attori.

[TRAILER]


















My Mighty Princess
di Jae-young Kwak, Corea del Sud 2008
Genere: commedia, romantico, azione
Titolo originale: Mu-rim-yeo-dae-saeng

Il regista del fortunatissimo My Sassy Girl torna con una frizzante commedia che mescola gli elementi più disparati, dai triangoli amorosi alle arti marziali.
La bella So-hwi (Min-a Shin) è un giovane prodigio delle arti marziali, nelle quali il padre l'ha istruita severamente fin da bambina. Questa particolare scuola la rende in grado di compiere balzi disumani e di avere un corpo resistente come la roccia. Tuttavia questi poteri tanto straordinari fanno sì che i suoi coetanei abbiano paura di lei e la evitino; So-hwi decide così di abbandonare la arti marziali per cercare di avere una vita normale. Il padre, preoccupato per la perdita di un simile talento, si trova nel frattempo a dover fronteggiare il malvagio Heuk-bong, deciso a prendere il comando del mondo delle arti marziali uccidendone i più grandi spadaccini.
Sarà già chiaro a questo punto come My Mighty Princess tenti di fondere elementi e toni anche diversissimi fra loro, passando dal comico al drammatico, dalla commedia romantica al film d'arti marziali vero e proprio. Ognuna di queste parti in sè funziona, ed in particolare la seconda metà del film offre un ottimo intrattenimento con spettacolari acrobazie e improbabili colpi segreti al chiaro di luna. Inoltre la forza sovrumana di So-hwi ben si presta a frequenti e spassose gag.
Tuttavia il risultato è davvero un po' troppo caotico e disorganico, tanto che se qualcuno ci chiede che tipo di film abbiamo visto è abbastanza difficile dare una risposta. Troppa carne al fuoco quindi? Indubbiamente sarebbe stato meglio sviluppare meglio le parti importanti e tralasciarne del tutto altre che, per forza di cose, vengono introdotte e poi non più sviluppate.
My Mighty Princess è adatto ad una visione non troppo impegnativa, e in fin dei conti si guarda con piacere. Lode alla bella protagonista.

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Sex is Zero
di Je-gyun Yun, Corea del Sud 2002
Genere: commedia, romantico
Titolo originale: Saekjeuk shigong

Sex is Zero va fatto rientrare nel filone delle cosiddette "Sex Comedies", genere che qualcuno potrebbe conoscere per titoli come American Pie o meno noti precursori, ma che tuttavia in Corea ha proprio in questo titolo il suo primo esempio. E' da sottolineare che, a differenza dei titoli americani, Sex is Zero in Corea del Sud è stato un vero e proprio successo, con oltre quattro milioni di biglietti venduti; questo sicuramente grazie ad un approccio fortemente goliardico che però non dimentica di trasmettere un chiaro messaggio (sin dal titolo).
Sex is Zero è divisibile in due parti molto ben definite. La prima ci mostra una serie interminabile di gag ammiccanti, parziali nudità and so on, che ruotano attorno ad Eun-shik, rozzo e un po' sfigato studente universitario che si innamora della più bella studentessa della squadra di aerobica. Nonostante un paio di scene siano davvero un po' troppo "grosse", si ride e parecchio. La seconda parte cambia completamente registro, introducendo elementi drammatici e temi anche piuttosto forti - nella fattispecie si parla di aborto. Le due parti si controbilanciano, facendo sì che l'opera risulti essere qualcosa di più di una semplice e volgarotta (seppur divertente) commedia sex-oriented.
Nel complesso Sex is Zero merita senz'altro di essere visto.

[TRAILER]

domenica 2 novembre 2008

Eureka, l'incomunicabilità tra gli esseri umani

















Titolo originale:
Yurîka

Produzione: Giappone, 2000
Genere: Drammatico
Regia: Shinji Aoyama
Sceneggiatura: Shinji Aoyama
Durata:
217'

Naoki e Kozue sono due studenti delle medie, fratello e sorella. Un giorno l'autobus con cui stanno tornando da scuola viene preso in ostaggio da un pazzo armato di pistola, che prima di essere abbattuto dalla polizia uccide tutti i passeggeri tranne l'autista e i due ragazzini. Seduti in fondo all'autobus, Kozue e Naoki vedono l'assassino freddato sotto i loro occhi, poco prima che riesca ad uccidere anche loro.











Quella a cui assistiamo nei momenti seguenti è la rapida disgregazione della famiglia di Naoki e Kozue, investita dal peso di avere due figli scampati alla strage e dalle insistenti maldicenze che sostengono che Kozue sia stata violentata dal rapitore. La madre abbandona così la famiglia e, poco dopo, il padre muore in un incidente d'auto. I due si trovano ad abitare da soli nella grande casa di famiglia, tormentati dalle telefonate dei parenti interessati esclusivamente a spartirsi i soldi dell'assicurazione sulla vita del padre.
Anche Makoto, l'autista dell'autobus, esce distrutto dall'esperienza: lascia il lavoro e inizia a vagabondare senza una meta precisa, finchè non decide di trasferirsi a vivere insieme a Naoki e Kozue, cercando di ridare un senso di normalità sia alla sua vita che alla loro. Dopo poco tempo si unisce a loro il cugino ventunenne dei ragazzi, Akihiko; inizialmente un "infiltrato" degli avidi parenti, entrerà ben presto di diritto nel singolare gruppo familiare. Un giorno Makoto compra un autobus e tutti insieme partono per un avventuroso e nelle intenzioni terapeutico viaggio on the road.
A complicare ulteriormente il quadro, diverse donne vengono trovate assassinate nei dintorni.











Eureka è un film complesso, fortemente analitico verso i suoi personaggi, che pure attraversa una invidiabile varietà di generi cinematografici quali il drammatico, il thriller, il road movie.
Il tema portante di Eureka è l'incapacità dei suoi personaggi di comunicare, fra di loro e con il mondo. Naoki e Kozue dal giorno dell'incidente non dicono una parola, per quanto i loro gesti e sguardi facciano percepire il forte legame che c'è tra di loro. Anche Makoto è un uomo di poche parole, in perenne bilico fra un innegabile carisma e una schiacciante debolezza. L'unico personaggio comunicativo ed estroverso è Akihiko, che però proprio per questo suo carattere così diverso dai suoi coinquilini prima, e compagni di viaggio poi, si trova nella medesima impossibilità di comunicare con loro .
Questa incomunicabilità è trasmessa in modo evidente dalla macchina da presa, i cui frequenti campi lunghi inscrivono i personaggi in inquadrature fisse in cui essi si muovono senza mai veramente incontrarsi. Solo in momenti ben specifici vediamo i loro volti in primo piano; per la maggior parte del tempo essi restano distanti, così come le loro emozioni. L'appiattimento dei rapporti umani è simbolizzato chiaramente anche nella scelta cromatica del quasi bianco e nero (sepiatone).











Il viaggio assume in Eureka una vera funzione di ricerca di sè stessi e delle proprie radici. Lo stesso Makoto dice, nel parcheggio dove anni prima lui, Kozue e Naoki avevano visto la morte in faccia: "volevo ripartire da qui". Sarà proprio grazie a questo viaggio che i protagonisti affronteranno le proprie paure e ognuno troverà, forse, il suo giusto posto.
Eureka è un film giapponese che più giapponese non si può. I momenti interlocutori, i lunghi silenzi, i gesti, gli sguardi, e tutte quelle cose che vengono lasciate all'interpretazione dello spettatore, insieme alla durata assai impegnativa (220'), ne fanno un pezzo di cinema di difficile fruizione per lo spettatore medio occidentale. Parallelamente Eureka è un film di una profondità rara, in cui nulla di ciò che vediamo è lasciato al caso, e tutto è al servizio della storia e, soprattutto, dei suoi personaggi. L'utilizzo fortemente espressivo e simbolico della macchina da presa e delle inquadrature è una cosa talmente caratteristica e funzionale in questo senso da risultare evidente anche ad uno spettatore non addetto ai lavori (quale il sottoscritto).
Eureka è un grande film, del tutto estraneo a superficiali logiche cinematografiche da grande pubblico, ma piuttosto teso ad esplorare le zone più nascoste dell'animo umano, quelle che definiscono il nostro rapporto con gli altri, con il mondo, con la nostra stessa esistenza.

domenica 28 settembre 2008

Cinema in pillole, # 8



















Spider Lilies

di Zero Chou, Taiwan 2007
Genere: drammatico
Titolo originale: Ci Qing

Takeko (Isabella Leong) ha uno studio di tatuaggi. Lei stessa ha un tatuaggio sul braccio rappresentante gli spider lilies, fiori che segnano il percorso dal mondo dei vivi a quello dei morti. Questo tatuaggio è l'unico legame rimastole con il defunto padre e con il fratello minore, affetto da disturbi psichici. Vive una vita solitaria divisa fra il lavoro e le attenzioni necessarie al fratello.
Jade (Rainie Yang) è una giovane ragazza che vive sola con l'anziana nonna. Sbarca il lunario lavorando per una chat a luci rosse, trasformando la sua spoglia camera nel set dei suoi spettacoli. Per quanto esteriormente più allegra e vitale, la sua esistenza non è meno solitaria di quella di Takeko. Un giorno Jade entra nello studio di Takeko e le chiede di tatuarle gli spider lilies, in ricordo del suo primo amore...
Spider Lilies racconta l'amore apparentemente impossibile fra queste due ragazze, una vittima dell'abbandono e di un amore totalizzante, l'altra schiava di un insopportabile senso di colpa. Anche se l'avvicinamento sembra irrealizzabile, e le catene che le legano al passato impossibili da spezzare, Jade e Takeko tendono inevitabilmente l'una all'altra, sospinte da una passione più grande di loro.
La narrazione insiste ovviamente sui due personaggi principali, sui loro drammi personali e sul loro tormento interiore, analizzando il loro rapporto anche attraverso graduali flashback che ne chiariscono il passato.
Caratterizzato da uno stile prevalentemente asciutto e freddo, Spider Lilies riesce comunque ad emozionare, grazie ad una buona regia - che non disdegna verso il finale escursioni visionarie alla David Lynch - e soprattutto all'ottima prova delle due attrici protagoniste.
Vincitore dell'Asian Film Festival come miglior film e del Teddy Award al Festival Internazionale di Berlino; nomination al Festival Internazionale di Bangkok.

[Trailer]


















My Sassy Girl
di Jae-young Kwak, Corea del Sud 2001
Genere: commedia, romantico
Titolo originale: Yeopgijeogin geunyeo

Gyeon-woo (Cha Tae-hyun) è uno svogliato e poco brillante studente delle superiori. Un giorno sulla banchina della metropolitana salva un ragazza visibilmente ubriaca (Jeon Ji-hyun) dall'essere travolta da un treno. Salito a bordo, assiste impotente alle gesta della misteriosa ragazza, che, in preda alla sbornia, vomita in testa ad un povero nonnetto, per poi crollare svenuta. Non prima di aver apostrofato Gyeon-woo "tesoro", cosa che agli occhi dei passeggeri lo obbliga ad assumersi la responsabilità della ragazza... Inizia così il rapporto fra Gyeon-woo e la ragazza (di cui durante il film non ci è dato sapere il nome), che oltre ad essere molto bella è anche una forte bevitrice, un'attaccabrighe, nonchè una compagna violenta e vendicativa. Al di là del suo atteggiamento da spaccona - a cui dobbiamo buona parte delle gag più riuscite del film - nasconde un animo fragile e segnato da una grave perdita.
Nonostante pecchi indubbiamente di prolissità e di certe sequenze non proprio funzionali (vedi la parte nel Luna Park) My Sassy Girl ha dalla sua una freschezza ed una esuberanza non comuni, nonchè una varietà di registri e situazioni assolutamente invidiabile. Se da un lato c'è da spassarsela nel seguire le angherie e i crudeli scherzetti a cui Gyeon-woo è continuamente sottoposto dalla sua "dolce" metà ("Vuoi morire? Tu prendi un caffè!" ), dall'altro assistiamo ad una sempre maggior attenzione per i personaggi e i sentimenti che si nascondono sotto la superficie. Attenzione sempre più evidente man mano che ci si avvicina alle ultime battute, in cui ci si rivela un inaspettato colpo di scena e i due affrontano finalmente con consapevolezza quello che provano l'uno per l'altra.
La visione di My Sassy Girl richiede insomma di lasciarsi un po' andare, di farsi trasportare dalla corrente; solo così si potrà gustare appieno quello che si nasconde dietro una facciata da frivola e disimpegnata commediola "pop" romantica, ovvero una riuscita ed intelligentemente bilanciata commistione fra toni comici, sentimentali e drammatici. Cose che in Occidente nel cinema "mainstream" ci sogniamo; tant'è che è in arrivo il solito, prevedibile e a naso ampiamente prescindibile remake hollywoodiano.

[Trailer]

domenica 31 agosto 2008

Cinema in pillole, #7

















Strawberry Shortcakes

di Hitoshi Yazaki, Giappone 2006
Genere: drammatico

Strawberry Shortcakes racconta la storia di quattro donne e delle loro solitudini nel grande vuoto metropolitano di Tokyo.
Satoko, che all'inizio vediamo - in una scena piuttosto delirante - mentre cerca disperatamente di trattenere il suo ragazzo che la sta lasciando, fa la centralinista all'"Heaven's Gate", un' agenzia di accompagnatrici.
Una delle accompagnatrici è Akiyo, che nasconde da anni il suo lavoro ad un vecchio compagno di scuola di cui è segretamente innamorata.
Toko dipinge illustrazioni per libri e riviste, ma la frustrazione derivante dalla scarsa considerazione che le sue opere ricevono a fronte delle notti insonni passate alla ricerca dell'ispirazione la spinge verso la bulimia.
Chihiro, che divide l'appartamento con lei, è un'impiegata con l'ossessione per il vero amore e il matrimonio; questo la porta a sopravvalutare una semplice avventura con un collega.
Queste quattro figure femminili lottano disperatamente contro le difficoltà e gli insuccessi delle loro vite, che sembrano negare loro non solo la felicità ma anche un semplice, vero contatto umano. La soluzione è come spesso accade più vicina di quanto non si creda, anche se forse è diversa da quella che si vorrebbe. Basta non perdere la speranza.
Il panorama ricorda molto da vicino quello di Tokyo.Sora di Hiroshi Ishikawa, ma qui c'è spazio anche per toni più leggeri o perlomeno ironici: Satoko trova un pietra per terra e, ritenendola un asteroide e in quanto tale segno di Dio, la idolatra come un dio vero e proprio, chiedendole quotidianamente di esaudire i suoi desideri - nella fattispecie, che qualcuno si innamori di lei.
Strawberry Shortcakes è uno di quei film che trasportano dentro di sè, lasciandoci pieni di pensieri e con il senso di aver vissuto una vera esperienza. Uno di quei film che spingono a riflettere su sé stessi e sulla vita.

[trailer]

















Hansel and Gretel
di Yim Pil-Sung, Corea del Sud 2007
Genere: fantasy/horror/drammatico

Eun-soo ha un incidente lungo una strada di campagna, e la sua auto esce di strada. Si risveglia di notte nel mezzo di una foresta; una strana bambina lo conduce fino ad una casa che sembra uscita da un libro sulle fate, dove vive coi genitori ed altri due bambini. Ben presto Eun-soo si renderà conto che, per quanti sforzi faccia, qualcosa gli impedisce di uscire dalla foresta e di abbandonare i bambini che vivono nella casa...
Una commistione fra toni fiabeschi, orrorifici e drammatici: questi i tratti distintivi della pellicola. Inevitabile il rimando alle cupe favole di Guillermo del Toro: mi riferisco in particolare a "Il Labirinto del Fauno", con cui Hansel and Gretel ha più di un punto in comune, dalla prospettiva infantile che vede l'immaginazione come unica possibile via di fuga da una realtà insostenibile, alla presentazione di due mondi, quello adulto e quello dei bambini, talmente distanti da risiedere su due differenti piani dell'esistenza.
Per quanto la storia evolva fino al finale senza troppe sorprese, Hansel and Gretel è un film che turba e, anche se con un filo di ruffianaggine di troppo, commuove. Formalmente ogni aspetto è molto curato, e del resto siamo davanti ad una produzione ad alto budget; molto bello fra l'altro il commento sonoro, che ben descrive l'aura fatata e sospesa di cui il film è pervaso.

[trailer]

















The Railroad
di Park Heung-Sik, Corea del Sud 2007
Genere: drammatico
Titolo originale: Gyeongui-seon

Man-Soo fa il macchinista sui treni della metropolitana a Seoul. Ogni tanto una ragazza si avvicina al suo treno e gli consegna una rivista e qualcosa da mangiare. Man-Soo se ne invaghisce, ma la ragazza non gli rivela il suo nome, limitandosi a sorridere mentre il treno riparte.
Hanna è una lettrice part time in un college privato. Intrattiene da tempo una relazione con un professore sposato.
Qualcosa fa crollare il già precario mondo di entrambi, che, da perfetti sconosciuti, si ritroveranno ad essere soli nello stesso posto: il capolinea di una linea ferroviaria, di notte ed in mezzo ad una forte nevicata. Dopo un esordio di bugie e diffidenze il comune, momentaneo destino porterà sincerità e comprensione, dando forse una nuova prospettiva alla vita di entrambi.
Il tutto a pochi passi dalla DMZ, la linea di demarcazione fra Corea del Nord e Corea del Sud; ovviamente non è un caso che alla separazione dei cuori e dei singoli esseri umani faccia da cornice la separazione di un'intera nazione.
Come spesso accade i sentimenti nascosti, le sofferenze patite in silenzio, commuovono infinitamente di più di qualunque melodramma hollywoodianamente ostentato, o spremuto fino all'ultima, inverosimile goccia.
Grazie ad un intreccio che non si lascia tentare, nel nome dello sfogo di sentimenti e passione proibite, da implausibilità assortite (e mi viene in mente il pasticciatissimo "Romance" di Moon Seung-wook) The Railroad riesce appieno anche nel bellissimo, accennato finale.
Vincitore del primo premio al Samsung Korea Film Fest 2008, Firenze.
Io, dal canto mio, non posso che raccomandarlo; film così intensi pur nella loro semplicità non capitano spesso.

[trailer]

mercoledì 30 luglio 2008

Cinema in pillole, #6

















This Charming Girl

di Lee Yoon-ki, Corea del Sud 2004
Genere: drammatico
Titolo originale: Yeoja, Jeong-Hye

Jeong-Hye è una ragazza di 29 anni. La sua è una vita solitaria e ripetitiva, che si divide tra il suo appartamento e il lavoro all'ufficio postale. Un trauma irrisolto nel suo passato l'ha allontanata dalle persone e dagli affetti, facendole preferire un'esistenza senza rischi e sofferenze. Ma qualcosa in lei comincia a cambiare quando realizza che non si può vivere in solitudine per sempre...
Ho trovato questo film estremamente riuscito e toccante, sebbene ad un primo sguardo possa sembrare anche eccessivamente composto e rigoroso. Lo studio di questo complesso ed affascinante personaggio regala invece grandi emozioni, limitandosi spesso a suggerirle piuttosto che servirle su di un piatto.
Attraverso una narrazione fatta di sguardi più che di dialoghi, siamo partecipi della combattuta evoluzione di Jeong-Hye, che cerca di vincere la sua paura di vivere e di distaccarsi da un passato che rischia di tenerla prigioniera per il resto della sua vita.
Il finale è un'esplosione silenziosa, eppure assordante per chi riesce a coglierla.
Buona parte del merito va all'eccezionale prova della bravissima e bellissima Kim Ji-Soo (Romance, Traces of Love), qui al suo esordio.
Splendido.

[trailer]

















Su-Ki-Da
di Hiroshi Ishikawa, Giappone 2005
Genere: drammatico

Quello che mi ha spinto alla visione di questo film è stata inizialmente la semplice presenza della mia amata Aoi Miyazaki, eppure ora sono convinto di aver visto un film assolutamente meraviglioso, come non mi succedeva da tanto tempo.
Su-Ki-Da (uno dei tanti modi per dire "Ti Amo") è una storia d'amore fatta di silenzi, incomprensioni, incapacità di comunicare i sentimenti. Il ritmo è lento, a tratti lentissimo, quasi surreale. Yu e Yosuke vivono in un mondo sospeso, in cui le giornate scorrono sempre uguali tra scuola e pomeriggi oziosi in riva al fiume. Il loro amore resta inespresso, ma il destino vuole che 17 anni dopo si incontrino di nuovo...
I brevi e radi dialoghi lasciano spazio al linguaggio del corpo, ai gesti e agli sguardi, da cui traspare con estrema chiarezza quello che i protagonisti non sanno dire a parole. Su-Ki-Da è un film di grandissima sensibilità, che indaga l'universo dei sentimenti e dell'amore in modo tanto discreto quanto intimo e, semplicemente, vero.
L'ennesima perla cinematografica che grazie alla nostra miope distribuzione non vedremo mai arrivare nel nostro paese.
Mi ha lasciato col groppo in gola, consigliato con tutto il cuore.

[trailer]

giovedì 10 luglio 2008

Cinema in pillole, #5

















The Red Shoes

di Kim Yong-gyun, Corea del Sud 2005
Genere: horror
Titolo originale: Bunhongsin

Una ragazza trova in metropolitana un paio di scarpette rosse (che poi non son rosse ma fucsia, ma vabbè, il titolo dice così); un'amica le vede e gliele ruba, salvo poco dopo incontrare una morte orribile. Le scarpette sembrano portare una maledizione mortale su chiunque le indossi...
Dopo il recente entusiasmo per Epitaph, mi sono buttato piuttosto fiducioso su questo horror coreano, che dal trailer pareva interessante e sanguinolento al punto giusto.
Purtroppo mi sono dovuto ricredere.
Nonostante parta bene, il film si dilunga incredibilmente su sequenze ed episodi inutili, tralasciando le cose davvero importanti. Ad esempio la vicenda che è alla base della maledizione, solo abbozzata e affidata più che all'indagine dei due protagonisti a flashback che non si sa da dove vengano e perchè; basti fare a riguardo un parallelo con The Ring, dove, anche se con diversa modalità, abbiamo sempre a che fare con un oggetto maledetto. Tutt'altro approccio, e tutt'altro risultato. Qui le cose sembra succedano perchè devono succedere.
The Red Shoes si ispira inoltre in maniera fin troppo evidente a classici del genere (Shining, Suspiria, e ovviamente Ringu/The Ring, con abbondanza dei soliti cloni di Sadako), tenta sul finire di stupire con l'ormai classico "plot twist", ma rimane quello che è: un film visivamente discreto ma nell'impianto registico e narrativo confuso, insipido, privo di mordente e soprattutto di personalità.
Nota negativa anche per la colonna sonora, inappropriatamente sopra le righe (l'organo liturgico non sta proprio bene con tutto) e ultra ripetitiva negli effetti sonori che sottolineano i colpi di scena.
Bocciato.


















Muoi, the Legend of a Portrait
di Kim Tae-kyeong, Corea del Sud/Vietnam 2007
Genere: horror

Yoon-hee è una giovane scrittrice coreana in difficoltà creativa. Il suo ultimo libro risale ormai a tre anni prima: una sorta di resoconto scandalistico sul suo gruppo di amici, ed in particolare sulla sua ex migliore amica Seo-yeon, bersaglio di calunnie e dicerie. Per il suo prossimo libro, basato sulla leggenda folkloristica vietnamita riguardante la "maledizione di Muoi", Yoon-hee ha bisogno proprio dell'aiuto di Seo-yeon, emigrata per l'appunto in Vietnam dove dipinge e assiste un professore universitario nelle sue ricerche sul folklore locale. Yoon-hee e Seo-yeon, sotto l'ombra di una malcelata tensione relativa al loro perduto rapporto, iniziano ad indagare sulla leggenda. 100 anni prima Muoi, amante rifiutata e sfigurata dalla rivale, si uccise per cercare vendetta sotto forma di spirito. Venne imprigionata in un ritratto, ma il sigillo durante la guerra fu infranto; si narra così che il 15 di ogni mese Muoi compia la sua vendetta...
Nella media degli horror made in Corea visti ultimamente Muoi fa tirare un discreto sospiro di sollievo. La regia infatti punta, più che sui facili spaventi, sulla costruzione di personaggi solidi e complessi e sull'imbastire una storia ricca di mistero. Sembra però addirittura eccedere nell'analizzare i tormentati rapporti tra le due protagoniste, tanto che a volte sembra di assistere ad un film drammatico più che ad un horror. Tutto sommato il risultato è buono, le protagoniste sono ben delineate (da sottolineare la presenza della splendida Cha Ye-ryeon, già in A Bloody Aria), il mistero avvince anche se non spaventa a morte, dal punto di vista formale siamo sui soliti standard sudcoreani, ovvero prossimi all'eccellenza. Ecco, sul finale si poteva davvero osare un po' di più, soprattutto avendo un girato tanto solido alle spalle. Comunque, in un panorama dove A Tale of Two Sisters e il recentissimo Epitaph sembrano destinati a rimanere per il momento casi isolati di genio orrorifico, ben vengano film come Muoi.

[trailer]

mercoledì 11 giugno 2008

Epitaph, storie sospese fra la vita e la morte

















Titolo originale: Gidam

Produzione: Corea del Sud, 2007
Genere: Horror
Regia: Jeong Beom-sik, Jeong Sik
Sceneggiatura: Jeong Beom-sik, Jeong Sik
Durata:
98'

Corea del Sud, 1979: Park Jeong-nam ritrova un vecchio album di fotografie risalenti al 1942, quando era un giovane medico internista all’Anseng Hospital e la Corea era occupata dall’esercito giapponese. La sua mente ritorna a quattro giorni in cui fu testimone di eventi inspiegabili che segnarono la sua vita per sempre.

Il film racconta tre diversi episodi che si svolsero in quei giorni all’interno e nei pressi dell’ospedale.







Il primo riguarda direttamente il giovane Park Jeong-nam. Specializzando non troppo brillante, egli è tuttavia il protetto della direttrice dell’ospedale; tanto che presto ne sposerà la figlia, che non vede da quando era bambino, in un matrimonio combinato. Nel frattempo arriva in ospedale il cadavere di una giovane ragazza, morta suicida e rimasta intrappolata nel ghiaccio. Park Jeong-nam è di turno in obitorio e non resiste alla tentazione di vedere il viso della ragazza; la sua bellezza lo inquieta e lo rapisce, quasi che con lei ci fosse uno strano ed inspiegabile legame.







Il secondo episodio, precedente al primo cronologicamente, riguarda un bambina sopravvissuta miracolosamente ad un incidente in cui sono morti la madre e il patrigno. Giunta in ospedale la bimba, nonostante non riporti neanche un livido, soffre di afasia e di terribili incubi (?) in cui il fantasma della madre la tormenta.







Il terzo episodio, il più sanguinolento, ha a che fare con una serie di omicidi di soldati giapponesi; Kim In-yeong è la dottoressa incaricata delle autopsie. Il marito Kim Dong-won, anch’egli medico chirurgo, inizia ad avere dei sospetti sulla moglie, soprattutto da quando si è reso conto che essa non ha un’ombra…

A questo punto dovrebbe risultare chiaro come Epitaph sia tutt’altro che un film semplice o poco ambizioso. Tuttavia i registi, pur rischiando a tratti di esagerare coi ragionamenti e coi “plot twists” (e mi riferisco al terzo episodio), confezionano non solo un horror psicologico valido come non se ne vedono spesso, ma molto semplicemente un grande film.

L’ospedale è il setting ideale per queste tre storie di fantasmi: i corridoi angusti, l’illuminazione fioca e discontinua, l’isolamento dal resto del mondo. Le tre storie riescono ad essere tutte ugualmente appassionanti e cariche di tensione, unendo alle riuscitissime scene spaventose (alcune sono e resteranno tra le peggiori che ricordi) momenti di grande respiro poetico, consumati sul confine tra la vita e la morte. Più di una volta durante la visione sono stato colto dalla classica pelle d’oca, non solo per lo spavento, ma anche per l’atavica inquietudine mista ad attrazione generata da certi temi.







Il maggior pregio di Epitaph è quindi l’essere assolutamente vincente come film horror (spaventa) e l’offrire allo stesso tempo una trama complessa, ricca di spunti di riflessione “importanti”. Un risultato già portato a casa nel 2003 dal capolavoro A tale of Two Sisters di Kim Jee-Woon.

Dal punto di vista formale Epitaph è ineccepibile quando non formidabile (meravigliosa la sequenza crepuscolare nell'obitorio, ma ce ne sono molte altre), e si fregia di un’ottima, struggente colonna sonora. Bravi gli attori, tra cui spicca la rimarchevole interpretazione della piccola Ju Yeon Ko, protagonista del secondo episodio.

Nutrendo la solita scarsa fiducia nella lungimiranza dell'italiana distribuzione, consiglio di reperire Epitaph come immaginate e di munirvi dei sottotitoli che vi ho gentilmente tradotto (li trovate come sempre su Asianworld).

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Trailer

Scheda IMDb

giovedì 5 giugno 2008

Cinema in pillole, #4

















D-War
di Hyung-Rae Shim, Corea del Sud 2007
Genere: fantascienza
Titolo alternativo: Dragon Wars

500 anni fa la figlia del signore di un villaggio in Corea, Narin, nasce con in sè il Yeo ui joo, capace di trasformare un serpente (Imoogi) in drago celeste. Haram e il suo maestro sono inviati dal paradiso per fare in modo che il Yeo ui joo vada, tramite il sacrificio della ragazza, all'Imoogi buono. Manco a dirlo sulle tracce del Yeo ui joo c'è pure un serpentone cattivo, tale Buraki, che allo scadere del ventesimo anno della ragazza attacca il villaggio col suo esercito. Haram e Narin, che nel frattempo si sono innamorati, non accettano il loro destino e si buttano da una rupe.
500 anni dopo la storia si ripete, solo che siamo a Los Angeles e al posto di Haram e Narin abbiamo le loro reincarnazioni.
Film coreano che punta chiaramente ad insidiare i blockbusters americani, questo D-War si presenta benino dal trailer, per rivelarsi in realtà una ciofeca indifendibile. Al di là di alcune discrete scene d'azione (che per un film del genere sono poi il minimo), trovo che D-War faccia acqua da tutte le parti.
I dialoghi oscillano fra il ridicolo e l'imbarazzante, l'approfondimento dei personaggi è pari a -10, la consequenzialità degli eventi a volte rasenta il paradossale. I personaggi compiono azioni e dicono cose che non hanno assolutamente senso nel mondo dei sani di mente; alcuni vengono addirittura ripetutamente abbandonati per poi risaltare fuori a caso (e guarda un po' sono pure di colore, viva i clichè), non c'è una sola scena che risollevi la storia dalla banalità più assoluta. Aggiungiamo verso il finale una blanda fotocopia di una famosa scena di The Lord of the Rings ed il gioco è fatto.
D-War va bene forse per un'oretta e mezza di svago, ma proprio niente di più e solo se non avete davvero di meglio da fare.
Anzi, se ci pensate qualcosa di meglio da fare lo trovate di sicuro.
Korea meets Hollywood? Se i risultati son questi, no grazie.

















Someone Behind You
di Oh Ki-hwan, Corea del Sud 2007
Genere: thriller/horror
Titolo alternativo: Two People
Titolo originale: Du saram-yida

Ka-In, studentessa delle superiori, è testimone del tentato omicidio della zia al di lei matrimonio, da parte del futuro marito; omicidio che viene portato a termine poche ore dopo in ospedale, da un'altra zia sorella della vittima. Il tutto senza apparente motivo. Ka-In assiste incredula a questa assurda ed insensata violenza; una maledizione sembra perseguitare lei e quelli che le stanno intorno, dando vita ad una epidemica follia omicida e spingendola a dubitare anche dei suoi cari ...
Che dire, se devo valutarlo esulando dal genere a cui appartiene è un film pieno di difetti, che riguardano soprattutto la sceneggiatura. La storia è sì intrigante, ma sviluppata in modo un po' confuso e conclusa in modo non del tutto soddisfacente.
Inoltre la protagonista ha sette vite come i gatti, cosa che dopo un po' diventa davvero forzata.
Se lo valutiamo invece come il film thriller/horror che è, Someone Behind You spacca letteralmente il culo - o potrei dire "centra in pieno il bersaglio", ma perchè rinunciare ad una delle mie espressioni preferite...
La tensione resta sempre su livelli altissimi, i colpi al cuore si sprecano, le uccisioni sono numerose e spesso efferate, e per finire alcune scene traboccano letteralmente di sangue; per gli appassionati insomma è un po' come essere al Luna Park.
Bravi gli attori, in particolare la protagonista Jin-seo Yun.

Trailer

lunedì 19 maggio 2008

Kuntilanak, l'uomo nero indonesiano

















Kuntilanak

di Rizal Mantovani, Indonesia 2006
Genere: horror
Titolo alternativo: The Chanting

Samantha, da poco orfana della madre e costretta a vivere col patrigno che la molesta, si trasferisce da Giacarta in una specie di ostello situato in periferia, al di là di un cimitero, dove vivono altri ragazzi e ragazze. Qui la padrona di casa le racconta una strana storia sul Kuntilanak, uno spirito che vive negli alberi e che può venire evocato nel nostro mondo grazie ad un'antica cantilena.
Dopo aver sentito la cantilena Samantha inizia a sentirsi strana, e durante una lite con un'aggressiva vicina di stanza entra in una specie di trance ed inizia ad intonare il canto del Kuntilanak; le persone intorno a lei cominciano a morire l'una dopo l'altra. Riuscirà Sam a liberarsi dalla maledizione che pare averla colpita?



Nonostante siamo sempre nell'ambito "fantasmi", questo film indonesiano riesce a trattare l'argomento in modo abbastanza interessante, insistendo sulla tradizionale leggenda del Kuntilanak (reale e radicata nel sud-est asiatico), evitando di abusare dell'effetto "balzo sulla sedia" e puntando piuttosto a costruire un senso di tensione "totale". Il commento sonoro è in questo senso fondamentale; credo anzi di non aver mai visto un film in cui la musica, soprattutto di stampo così sinistro ed inquietante, sia non solo quasi onnipresente, ma spesso oltremodo insistita anche in situazioni non orrorifiche. Non abbiamo quindi i classici momenti di finta serenità o neutri tipici di molti film horror: in Kuntilanak la tensione musicalmente indotta non scende praticamente mai. Scelta coraggiosa e che funziona.


Purtroppo il film comincia a perdere punti proprio quando si inizia a mostrare sempre più nel dettaglio il "mostro" o "fantasma" in questione, ricadendo nei soliti clichè visuali triti e ritriti. Peccato, perchè la storia riesce ad essere, fino ad un certo punto, piuttosto originale ed intrigante, e ben supportata anche da una buona fotografia.
Attori nella media, tra cui però spicca la bella Julie Estelle.
Esistono due seguiti che per il momento non riesco a reperire - a quanto ho capito in Indonesia Kuntilanak è un grosso successo di botteghino.

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Trailer


Sottotitoli AW

domenica 11 maggio 2008

Cinema in pillole, #3

















A Bloody Aria
di Won Shin-Yeon, Corea del Sud 2006
Genere: thriller/drammatico
Titolo originale: Guta Yubalja Deul

Park Young-sun, professore di musica, e In-jeong, sua studentessa, sono di ritorno da un'audizione.
Dopo un diverbio con un poliziotto prendono una strada secondaria e fanno una sosta; il luogo tranquillo e isolato svela le vere intenzioni del professore, e In-jeong si dà alla fuga.
Ma il posto si rivela non essere deserto, e i due finiranno coinvolti in un vortice di violenza e depravazione che non avrebbero mai neanche potuto immaginare.
A Bloody Aria è - appunto - un film di una violenza estrema, violenza tanto fisica quanto psicologica. Il ribaltamento dei ruoli, da vittima a carnefice e poi ancora a vittima e via così potenzialmente all'infinito, diventa dunque inevitabile: finchè ci sarà qualcuno di più debole su cui sfogare la propria rabbia, la propria sofferenza, non ci sarà fine.
I personaggi di A Bloody Aria, schiavi di questo circolo vizioso, hanno ormai in sè ben poco di umano, come ben sintetizza l'amara, incredula considerazione di In-jeong : "Non sei nemmeno un cane... un cane non farebbe una cosa del genere."
L'unico personaggio realmente "umano" della pellicola non può che sentirsi sconcertata e fuori posto in mezzo a tanta barbarie.
In definitiva si tratta di un thriller tutt'altro che superficiale, che mostra il lato peggiore dell'essere umano e lo fa con una grande eleganza stilistica e attraverso degli ottimi attori.
Mi ha pienamente convinto.



















Vibrator
di Ryuichi Hiroki, Giappone 2003
Genere: drammatico
Titolo originale: Vibrator

Rei è una trentenne giornalista freelance che soffre di disturbi psichici e alimentari.
Vive completamente scollegata dal mondo e dagli altri esseri umani, preda delle voci nella sua testa e della paura che il contatto con le persone possa costituire un pericolo.
Mentre in un supermercatino compra degli alcoolici, entra un camionista biondo ossigenato con degli stivali da pescatore. Il cuore di Rei, tramutatosi in telefono cellulare, vibra. "Mi piace", pensa.
Comincia così il viaggio di Rei e di Okabe, due perfetti sconosciuti che, nel microcosmo costituito dalla cabina del tir, scopriranno la forza dell'umana comprensione.
Il film di Ryuichi Hiroki è fondamentalmente un inno di speranza nei sentimenti umani. Pur dilungandosi un po' troppo in dialoghi triviali Vibrator convince e commuove, senza aver la presunzione di fornire risposte o mostrare inverosimili catarsi.

I due attori sono eccezionali, in particolare Shinobu Terashima (Rei) che regala un'interpretazione strepitosa.

martedì 15 aprile 2008

Re-Cycle, tentazioni horror e avventura fantasy


Titolo originale:
Gwai wik

Produzione: Cina/Thailandia, 2006

Genere: Horror/Fantasy

Regia: Oxide Pang Chun, Danny Pang

Sceneggiatura: Cub Chin

Durata: 108'


Ting-yin (Angelica Lee) è una giovane ma affermata scrittrice, che dopo una trilogia di romanzi d'amore annuncia il suo prossimo libro: Recycle, che avrà a che fare col soprannaturale.
A corto di ispirazione, cambia più volte idea sui personaggi e sulla trama.
Parallelamente iniziano ad accadere cose strane: trova dei lunghi capelli neri in casa, e riceve telefonate in cui si sentono solo scariche.

[Da qui in poi c'è un mini-spoiler, ma diversamente non avrei davvero niente di cui parlare, visto che il film comincia sul serio solo dopo questo colpo di scena. Chi vuol leggere legga, è tutta roba che si vede anche nei trailer comunque.]











Senza rendersene conto Ting-yin si troverà in un altro, strano mondo dove si accumulano le cose e le idee scartate e dimenticate; una bambina si offrirà di aiutarla a ritornare indietro.
L'idea prende origine dalla logica del "Recycle Bin", ovvero del "Cestino" che tutti abbiamo sul nostro desktop, dove vanno a finire le idee abortite e le cose non necessarie. Quando questi oggetti vengono eliminati, pur scomparendo alla vista rimangono presenti da qualche parte nel computer, in un luogo invisibile e sconosciuto.

Allora, cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto.

Mi è piaciuto lo sforzo di dare vita ad un'avventura (perchè di questo si tratta, davvero non di un film horror) originale e visivamente/concettualmente ricercata.
Mi è piaciuta moltissimo Angelica Lee, forse l'unico vero motivo per cui alla fine promuoverò questo film.











E veniamo a quello che non mi è piaciuto.
Sorvoliamo sulle citazioni - ma direi più scopiazzature - sia dall'impianto stilistico/visivo in generale che da precise locations di Silent Hill, più una evidentissima da "La Città Incantata" (che però ho apprezzato).
Quello che meno mi è piaciuto è la sensazione per buona parte del film che i registi volessero semplicemente "riempire lo schermo" con paesaggi e visioni sì suggestive, ma che alla fine hanno tolto spazio a cose ben più importanti, come l'approfondimento della storia e dei personaggi, lasciato solo, e in parte, alle quasi-ultime (toccanti) battute. Prende il sopravvento una sorta di carosello di diverse, bizzarre locations, alcune riuscite, altre meno.
Ho trovato inoltre piuttosto trite ed evitabili le prime scene in classico stile horror-salto-sulla-sedia. Che funzionano sempre, ma non portano il film nè avanti nè indietro; giuro poi che non ne posso più di figure allampanate coi capelli lunghi neri davanti alla faccia.










In definitiva, Re-cycle annacqua gli elementi buoni a creare un film davvero potente con tante cose che in realtà non aggiungono nulla se non un po' di chicche visive.
Uscendo dalla pretesa di vedere chissà che capolavoro, quello dei fratelli Pang è invece un film godibilissimo, colorato, di buona fattura, fantasioso e che sul finale non risparmia forti emozioni.
A me il finale-finale ha fatto accapponare la pelle, ma tanto.

Come intrattenimento siamo comunque assai sopra la media.

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domenica 13 aprile 2008

Cinema in pillole, #2

Durante questa settimana ero in ferie, ho recuperato un po' di film che dovevo vedere da un pezzo, e così siamo al terzo post in pochi giorni. Non vi ci abituate.

















Spirit of Jeet Kune Do: Once Upon a Time in High School di Yu Ha, Corea 2004.
Genere: drammatico
Titolo originale: Maljukgeori janhoksa

Non so bene perchè mi sono procurato e guardato questo film, ma devo dire che non mi è dispiaciuto per niente.
1978, Corea del Sud. Hyun-soo, un ragazzo timido e introverso con la passione per Bruce Lee, si trasferisce in una nuova scuola, dove si scontra subito con un'organizzazione scolastica punitiva e di stampo militaresco, in cui alla violenza utilizzata dai professori per mantenere la disciplina si unisce il bullismo perpetrato dagli studenti senior alle matricole e ai più deboli.
Farà amicizia con lo spavaldo e manesco Woo-sik, fino a che la comparsa di una ragazza, Eun-ju, non creerà il classico triangolo amoroso che farà vacillare tutto.
Anche se questo può sembrare il tema principale del film, in realtà l'attenzione si sofferma decisamente più a fondo sulla denuncia di un sistema scolastico brutalmente meritocratico e disumanizzante, e sull'estrema violenza in esso presente a tutti i livelli, da quelli teppistici a quelli istituzionali. L'evoluzione del protagonista rappresenta un grido disperato, un rifiuto rivolto sia alle sue vicende personali che all'intero sistema.
Once Upon a Time in High School insomma è un film ben più complesso e profondo di quanto possa inizialmente apparire; sicuramente non un capolavoro nè un campione di originalità, ma personalmente trovo abbia degli indiscutibili punti di forza.
Ma soprattutto: la scena del combattimento sul tetto della scuola spacca il culo.


















Séance di Kiyoshi Kurosawa, Giappone 2000
Genere: thriller/horror
Titolo originale: Kourei

Una
séance è un incontro spirituale con lo scopo di ricevere messaggi dai morti. Una seduta spiritica, insomma.
Koji Sato lavora come tecnico del suono, ed è spesso impegnato in field recordings allo scopo di catturare rumori naturali come il fruscio del vento tra gli alberi o lo scroscio dell'acqua.
Sua moglie Junko è una casalinga dotata di poteri psichici, una cosiddetta medium in grado di mettersi in contatto con le anime dei defunti.
Il loro è un matrimonio fatto di grigia quotidianità, all'apparenza sereno ma ormai privo di slanci e linfa vitale.
Proprio per le sue doti Junko viene contattata dalla polizia che brancola nel buio nel caso del rapimento di una bambina. Una terribile, ironica coincidenza però rischia di far ricadere i sospetti proprio su Koji e Junko...
Purtroppo non posso raccontare oltre per non rovinare la trama, piuttosto articolata e originale.
Il merito di questo film sta nel coniugare la dimensione del giallo o thriller, sviluppata in maniera avvincente seppur dimessa, con l'horror degli spettri adirati e vendicativi, riuscendo peraltro in questo secondo frangente a riciclare in maniera non pedissequa certi clichè visivi di Ringu-iana derivazione.
Splendida inoltre la fotografia, che pur restando su tonalità grigie, sbiadite - in tono con l'ambiente familiare dove la storia ha il suo nucleo - ha dei momenti di grande suggestione.