mercoledì 30 luglio 2008

Cinema in pillole, #6

















This Charming Girl

di Lee Yoon-ki, Corea del Sud 2004
Genere: drammatico
Titolo originale: Yeoja, Jeong-Hye

Jeong-Hye è una ragazza di 29 anni. La sua è una vita solitaria e ripetitiva, che si divide tra il suo appartamento e il lavoro all'ufficio postale. Un trauma irrisolto nel suo passato l'ha allontanata dalle persone e dagli affetti, facendole preferire un'esistenza senza rischi e sofferenze. Ma qualcosa in lei comincia a cambiare quando realizza che non si può vivere in solitudine per sempre...
Ho trovato questo film estremamente riuscito e toccante, sebbene ad un primo sguardo possa sembrare anche eccessivamente composto e rigoroso. Lo studio di questo complesso ed affascinante personaggio regala invece grandi emozioni, limitandosi spesso a suggerirle piuttosto che servirle su di un piatto.
Attraverso una narrazione fatta di sguardi più che di dialoghi, siamo partecipi della combattuta evoluzione di Jeong-Hye, che cerca di vincere la sua paura di vivere e di distaccarsi da un passato che rischia di tenerla prigioniera per il resto della sua vita.
Il finale è un'esplosione silenziosa, eppure assordante per chi riesce a coglierla.
Buona parte del merito va all'eccezionale prova della bravissima e bellissima Kim Ji-Soo (Romance, Traces of Love), qui al suo esordio.
Splendido.

[trailer]

















Su-Ki-Da
di Hiroshi Ishikawa, Giappone 2005
Genere: drammatico

Quello che mi ha spinto alla visione di questo film è stata inizialmente la semplice presenza della mia amata Aoi Miyazaki, eppure ora sono convinto di aver visto un film assolutamente meraviglioso, come non mi succedeva da tanto tempo.
Su-Ki-Da (uno dei tanti modi per dire "Ti Amo") è una storia d'amore fatta di silenzi, incomprensioni, incapacità di comunicare i sentimenti. Il ritmo è lento, a tratti lentissimo, quasi surreale. Yu e Yosuke vivono in un mondo sospeso, in cui le giornate scorrono sempre uguali tra scuola e pomeriggi oziosi in riva al fiume. Il loro amore resta inespresso, ma il destino vuole che 17 anni dopo si incontrino di nuovo...
I brevi e radi dialoghi lasciano spazio al linguaggio del corpo, ai gesti e agli sguardi, da cui traspare con estrema chiarezza quello che i protagonisti non sanno dire a parole. Su-Ki-Da è un film di grandissima sensibilità, che indaga l'universo dei sentimenti e dell'amore in modo tanto discreto quanto intimo e, semplicemente, vero.
L'ennesima perla cinematografica che grazie alla nostra miope distribuzione non vedremo mai arrivare nel nostro paese.
Mi ha lasciato col groppo in gola, consigliato con tutto il cuore.

[trailer]

giovedì 10 luglio 2008

Cinema in pillole, #5

















The Red Shoes

di Kim Yong-gyun, Corea del Sud 2005
Genere: horror
Titolo originale: Bunhongsin

Una ragazza trova in metropolitana un paio di scarpette rosse (che poi non son rosse ma fucsia, ma vabbè, il titolo dice così); un'amica le vede e gliele ruba, salvo poco dopo incontrare una morte orribile. Le scarpette sembrano portare una maledizione mortale su chiunque le indossi...
Dopo il recente entusiasmo per Epitaph, mi sono buttato piuttosto fiducioso su questo horror coreano, che dal trailer pareva interessante e sanguinolento al punto giusto.
Purtroppo mi sono dovuto ricredere.
Nonostante parta bene, il film si dilunga incredibilmente su sequenze ed episodi inutili, tralasciando le cose davvero importanti. Ad esempio la vicenda che è alla base della maledizione, solo abbozzata e affidata più che all'indagine dei due protagonisti a flashback che non si sa da dove vengano e perchè; basti fare a riguardo un parallelo con The Ring, dove, anche se con diversa modalità, abbiamo sempre a che fare con un oggetto maledetto. Tutt'altro approccio, e tutt'altro risultato. Qui le cose sembra succedano perchè devono succedere.
The Red Shoes si ispira inoltre in maniera fin troppo evidente a classici del genere (Shining, Suspiria, e ovviamente Ringu/The Ring, con abbondanza dei soliti cloni di Sadako), tenta sul finire di stupire con l'ormai classico "plot twist", ma rimane quello che è: un film visivamente discreto ma nell'impianto registico e narrativo confuso, insipido, privo di mordente e soprattutto di personalità.
Nota negativa anche per la colonna sonora, inappropriatamente sopra le righe (l'organo liturgico non sta proprio bene con tutto) e ultra ripetitiva negli effetti sonori che sottolineano i colpi di scena.
Bocciato.


















Muoi, the Legend of a Portrait
di Kim Tae-kyeong, Corea del Sud/Vietnam 2007
Genere: horror

Yoon-hee è una giovane scrittrice coreana in difficoltà creativa. Il suo ultimo libro risale ormai a tre anni prima: una sorta di resoconto scandalistico sul suo gruppo di amici, ed in particolare sulla sua ex migliore amica Seo-yeon, bersaglio di calunnie e dicerie. Per il suo prossimo libro, basato sulla leggenda folkloristica vietnamita riguardante la "maledizione di Muoi", Yoon-hee ha bisogno proprio dell'aiuto di Seo-yeon, emigrata per l'appunto in Vietnam dove dipinge e assiste un professore universitario nelle sue ricerche sul folklore locale. Yoon-hee e Seo-yeon, sotto l'ombra di una malcelata tensione relativa al loro perduto rapporto, iniziano ad indagare sulla leggenda. 100 anni prima Muoi, amante rifiutata e sfigurata dalla rivale, si uccise per cercare vendetta sotto forma di spirito. Venne imprigionata in un ritratto, ma il sigillo durante la guerra fu infranto; si narra così che il 15 di ogni mese Muoi compia la sua vendetta...
Nella media degli horror made in Corea visti ultimamente Muoi fa tirare un discreto sospiro di sollievo. La regia infatti punta, più che sui facili spaventi, sulla costruzione di personaggi solidi e complessi e sull'imbastire una storia ricca di mistero. Sembra però addirittura eccedere nell'analizzare i tormentati rapporti tra le due protagoniste, tanto che a volte sembra di assistere ad un film drammatico più che ad un horror. Tutto sommato il risultato è buono, le protagoniste sono ben delineate (da sottolineare la presenza della splendida Cha Ye-ryeon, già in A Bloody Aria), il mistero avvince anche se non spaventa a morte, dal punto di vista formale siamo sui soliti standard sudcoreani, ovvero prossimi all'eccellenza. Ecco, sul finale si poteva davvero osare un po' di più, soprattutto avendo un girato tanto solido alle spalle. Comunque, in un panorama dove A Tale of Two Sisters e il recentissimo Epitaph sembrano destinati a rimanere per il momento casi isolati di genio orrorifico, ben vengano film come Muoi.

[trailer]

domenica 29 giugno 2008

Playlist settimanale (15.06 - 21.06)

So che avevate ormai perso le speranze (se mai ne avete avute), ma tra horror coreani e gangster movies made in Hong Kong nelle ultime settimane mi sono dedicato alla musica meno di quanto avrei dovuto. Ecco qui tre dischi emersi in maniera assolutamente fortuita dal limbo degli ascolti degli ultimi tempi. Cheers!













I Beyond Sensory Experience sono un duo dark-ambient svedese facente capo all'etichetta Cold Meat Industry. La dimensione sonora in cui ci troviamo proiettati durante l'ascolto di questo No Lights in our Eyes è buia e statica, popolata da ombre stanche e sussurranti, che parlano o addirittura singhiozzano nell'oscurità ("Hearts and Minds").
Musica oscura, suggestiva e a tratti francamente inquietante.

Voto: 7,0/10

Genere: dark ambient, minimal











Andrea Parker - Kiss my Arp [Mo' Wax 1999]

Acclamata dj inglese con studi di violoncello alle spalle, Andrea Parker pubblica il suo debutto full-lenght per l'etichetta Mo' Wax (la stessa di DJ Shadow) nel 1999. Kiss my Arp si apre con un pezzo, "The Unknown", classicamente trip-hop: beat rallentato, inquieti arrangiamenti di archi, basso circolare e pulsante. Le coordinate spaziano poi fino all'ambient-techno alla Aphex Twin ("Some Other Level") o a sonorità downtempo ("Elements of Style"); tuttavia anche attraverso diversi stili il sound mantiene una forte inquietudine e tensione di base.
Quella di Andrea Parker è elettronica colta e raffinata, per nulla semplice ed indubbiamente brillante. Questo è uno di quei dischi che metterei in mano a quelli che ritengono l'elettronica un genere inferiore se non addirittura indegno.

Voto: 7,5/10

Genere: elettronica, IDM, downtempo












Dot Allison - Exaltation of Larks [Cooking Vinyl 2007]

Dorothy abbandona senza rimpianti la sensuale elettronica di We Are Science per dare sfogo alla sua anima cantautorale; e lo fa attraverso dieci bellissimi ed introspettivi pezzi acustici tra il folk e il pop. L'eterea voce di Dot si esprime in tutta la sua grazia su melodie sospese e malinconiche, tra pregevoli e composti arrangiamenti, in un flusso dolcissimo di sentimenti e parole.

Voto: 6,7/10

Genere: songwriter, folk

Otep - The Ascension [Capitol Records 2007]

Quando nel 2002 uscì Sevas Tra per me e per molti fu subito amore. I riff spaccaossa, i bellissimi testi e le linee vocali rappate e sofferte di Otep Shamaya erano più di quanto si potesse sperare da un gruppo “nu-metal”, genere non certo nuovo o poco esplorato. Pezzi come "Battle Ready", "T.R.I.C.", "Sacrilege" divennero subito da antologia del metal alternativo, nu-metal o comunque lo si voglia chiamare. Gioielli di rabbia e disperazione come i "lenti" "My Confession", "Emtee", "Jonestown Tea" si distinsero invece semplicemente per la sbalorditiva interpretazione vocale. Tutto contribuì alla definizione di un sound smaccatamente personale e convincente.
Nel 2004 uscì House of Secrets, che proseguì il discorso iniziato nel 2002 accentuando nettamente la componente “metal” e rendendo il sound, se possibile, ancora più oscuro. Rimaniamo su livelli elevati, per quanto non paragonabili all’esordio.

E veniamo al presente: The Ascension è il terzo full-lenght per la band di Los Angeles, e le aspettative che nutrivo mettendomi all'ascolto non potevano che essere, ovviamente, elevate.
Lo dico subito, non mi ha entusiasmato. A mancare irreparabilmente sono proprio le perle che elencavo sopra, i guizzi di genio nel costruire le vocals, la sperimentazione: tutto suona molto ordinariamente "(nu)metal". Ci sono certo buone intuizioni e l’esecuzione è come sempre impeccabile, ma da questo gruppo ci si aspetta di più, non ci sono storie. A onor del vero una sperimentazione ci sarebbe anche, ma forse era meglio evitare: l'escursione pop di "Perfectly Flawed", per quanto piacevole e ben strutturata, nulla aggiunge al disco, rimanendo una incomprensibile mosca bianca. Stesso discorso per l'insipida e palesemente riempitiva cover di "Breed" dei Nirvana (ma, dico, perchè?!).
Le highlights tuttavia ci sono, e si chiamano "Confrontation" e "Ghostflowers".
Il primo è un devastante rap-metal (thanks God!) in cui Otep sbraita cose come "Defy the tyrants, don't be silent"; da una parte è esaltazione, dall’altra rimpianto che si tratti di una caso isolato.
Il secondo è uno spettacolare pezzo dal sapore orientaleggiante, forte di un impressionante lavoro di basso, di una batteria con la cassa a mille e di un chorus dalle liriche imponenti:
You will know me from the scars I bare
You will know me by the hate i swear
In definitiva se c'è una cosa che non si rimpiange davvero è la qualità dei testi, ma di certo questo non basta. Gli altri pezzi si aggirano tra il sufficiente, il discreto - è il caso di "Home Grown", che nel ritornello richiama i fasti del passato - e il dimenticabile - "Invisible" è un'altra sorta di ballata tra il melodico e l'incazzato che finisce col non essere né carne né pesce.
Tra alti e bassi la noia è in agguato, e sebbene l'adorazione per questo gruppo di per sè mi porterebbe ad essere clemente, non posso proprio andare oltre la sufficienza.

Voto: 6,0/10

Genere: (Nu) Metal

Tracklist:

1. Eet The Children
2. Crooked Spoons
3. Perfectly Flawed
4. Confrontation
5. Milk Of Regret
6. Noose & Nail
7. Ghostflowers
8. Breed
9. March Of The Martyrs
10. Invisible
11. Home Grown
12. Communion
13. Andrenochrome Dreams

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sito ufficiale
anteprima su allmusic

mercoledì 11 giugno 2008

Epitaph, storie sospese fra la vita e la morte

















Titolo originale: Gidam

Produzione: Corea del Sud, 2007
Genere: Horror
Regia: Jeong Beom-sik, Jeong Sik
Sceneggiatura: Jeong Beom-sik, Jeong Sik
Durata:
98'

Corea del Sud, 1979: Park Jeong-nam ritrova un vecchio album di fotografie risalenti al 1942, quando era un giovane medico internista all’Anseng Hospital e la Corea era occupata dall’esercito giapponese. La sua mente ritorna a quattro giorni in cui fu testimone di eventi inspiegabili che segnarono la sua vita per sempre.

Il film racconta tre diversi episodi che si svolsero in quei giorni all’interno e nei pressi dell’ospedale.







Il primo riguarda direttamente il giovane Park Jeong-nam. Specializzando non troppo brillante, egli è tuttavia il protetto della direttrice dell’ospedale; tanto che presto ne sposerà la figlia, che non vede da quando era bambino, in un matrimonio combinato. Nel frattempo arriva in ospedale il cadavere di una giovane ragazza, morta suicida e rimasta intrappolata nel ghiaccio. Park Jeong-nam è di turno in obitorio e non resiste alla tentazione di vedere il viso della ragazza; la sua bellezza lo inquieta e lo rapisce, quasi che con lei ci fosse uno strano ed inspiegabile legame.







Il secondo episodio, precedente al primo cronologicamente, riguarda un bambina sopravvissuta miracolosamente ad un incidente in cui sono morti la madre e il patrigno. Giunta in ospedale la bimba, nonostante non riporti neanche un livido, soffre di afasia e di terribili incubi (?) in cui il fantasma della madre la tormenta.







Il terzo episodio, il più sanguinolento, ha a che fare con una serie di omicidi di soldati giapponesi; Kim In-yeong è la dottoressa incaricata delle autopsie. Il marito Kim Dong-won, anch’egli medico chirurgo, inizia ad avere dei sospetti sulla moglie, soprattutto da quando si è reso conto che essa non ha un’ombra…

A questo punto dovrebbe risultare chiaro come Epitaph sia tutt’altro che un film semplice o poco ambizioso. Tuttavia i registi, pur rischiando a tratti di esagerare coi ragionamenti e coi “plot twists” (e mi riferisco al terzo episodio), confezionano non solo un horror psicologico valido come non se ne vedono spesso, ma molto semplicemente un grande film.

L’ospedale è il setting ideale per queste tre storie di fantasmi: i corridoi angusti, l’illuminazione fioca e discontinua, l’isolamento dal resto del mondo. Le tre storie riescono ad essere tutte ugualmente appassionanti e cariche di tensione, unendo alle riuscitissime scene spaventose (alcune sono e resteranno tra le peggiori che ricordi) momenti di grande respiro poetico, consumati sul confine tra la vita e la morte. Più di una volta durante la visione sono stato colto dalla classica pelle d’oca, non solo per lo spavento, ma anche per l’atavica inquietudine mista ad attrazione generata da certi temi.







Il maggior pregio di Epitaph è quindi l’essere assolutamente vincente come film horror (spaventa) e l’offrire allo stesso tempo una trama complessa, ricca di spunti di riflessione “importanti”. Un risultato già portato a casa nel 2003 dal capolavoro A tale of Two Sisters di Kim Jee-Woon.

Dal punto di vista formale Epitaph è ineccepibile quando non formidabile (meravigliosa la sequenza crepuscolare nell'obitorio, ma ce ne sono molte altre), e si fregia di un’ottima, struggente colonna sonora. Bravi gli attori, tra cui spicca la rimarchevole interpretazione della piccola Ju Yeon Ko, protagonista del secondo episodio.

Nutrendo la solita scarsa fiducia nella lungimiranza dell'italiana distribuzione, consiglio di reperire Epitaph come immaginate e di munirvi dei sottotitoli che vi ho gentilmente tradotto (li trovate come sempre su Asianworld).

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Trailer

Scheda IMDb

giovedì 5 giugno 2008

Cinema in pillole, #4

















D-War
di Hyung-Rae Shim, Corea del Sud 2007
Genere: fantascienza
Titolo alternativo: Dragon Wars

500 anni fa la figlia del signore di un villaggio in Corea, Narin, nasce con in sè il Yeo ui joo, capace di trasformare un serpente (Imoogi) in drago celeste. Haram e il suo maestro sono inviati dal paradiso per fare in modo che il Yeo ui joo vada, tramite il sacrificio della ragazza, all'Imoogi buono. Manco a dirlo sulle tracce del Yeo ui joo c'è pure un serpentone cattivo, tale Buraki, che allo scadere del ventesimo anno della ragazza attacca il villaggio col suo esercito. Haram e Narin, che nel frattempo si sono innamorati, non accettano il loro destino e si buttano da una rupe.
500 anni dopo la storia si ripete, solo che siamo a Los Angeles e al posto di Haram e Narin abbiamo le loro reincarnazioni.
Film coreano che punta chiaramente ad insidiare i blockbusters americani, questo D-War si presenta benino dal trailer, per rivelarsi in realtà una ciofeca indifendibile. Al di là di alcune discrete scene d'azione (che per un film del genere sono poi il minimo), trovo che D-War faccia acqua da tutte le parti.
I dialoghi oscillano fra il ridicolo e l'imbarazzante, l'approfondimento dei personaggi è pari a -10, la consequenzialità degli eventi a volte rasenta il paradossale. I personaggi compiono azioni e dicono cose che non hanno assolutamente senso nel mondo dei sani di mente; alcuni vengono addirittura ripetutamente abbandonati per poi risaltare fuori a caso (e guarda un po' sono pure di colore, viva i clichè), non c'è una sola scena che risollevi la storia dalla banalità più assoluta. Aggiungiamo verso il finale una blanda fotocopia di una famosa scena di The Lord of the Rings ed il gioco è fatto.
D-War va bene forse per un'oretta e mezza di svago, ma proprio niente di più e solo se non avete davvero di meglio da fare.
Anzi, se ci pensate qualcosa di meglio da fare lo trovate di sicuro.
Korea meets Hollywood? Se i risultati son questi, no grazie.

















Someone Behind You
di Oh Ki-hwan, Corea del Sud 2007
Genere: thriller/horror
Titolo alternativo: Two People
Titolo originale: Du saram-yida

Ka-In, studentessa delle superiori, è testimone del tentato omicidio della zia al di lei matrimonio, da parte del futuro marito; omicidio che viene portato a termine poche ore dopo in ospedale, da un'altra zia sorella della vittima. Il tutto senza apparente motivo. Ka-In assiste incredula a questa assurda ed insensata violenza; una maledizione sembra perseguitare lei e quelli che le stanno intorno, dando vita ad una epidemica follia omicida e spingendola a dubitare anche dei suoi cari ...
Che dire, se devo valutarlo esulando dal genere a cui appartiene è un film pieno di difetti, che riguardano soprattutto la sceneggiatura. La storia è sì intrigante, ma sviluppata in modo un po' confuso e conclusa in modo non del tutto soddisfacente.
Inoltre la protagonista ha sette vite come i gatti, cosa che dopo un po' diventa davvero forzata.
Se lo valutiamo invece come il film thriller/horror che è, Someone Behind You spacca letteralmente il culo - o potrei dire "centra in pieno il bersaglio", ma perchè rinunciare ad una delle mie espressioni preferite...
La tensione resta sempre su livelli altissimi, i colpi al cuore si sprecano, le uccisioni sono numerose e spesso efferate, e per finire alcune scene traboccano letteralmente di sangue; per gli appassionati insomma è un po' come essere al Luna Park.
Bravi gli attori, in particolare la protagonista Jin-seo Yun.

Trailer

lunedì 19 maggio 2008

Kuntilanak, l'uomo nero indonesiano

















Kuntilanak

di Rizal Mantovani, Indonesia 2006
Genere: horror
Titolo alternativo: The Chanting

Samantha, da poco orfana della madre e costretta a vivere col patrigno che la molesta, si trasferisce da Giacarta in una specie di ostello situato in periferia, al di là di un cimitero, dove vivono altri ragazzi e ragazze. Qui la padrona di casa le racconta una strana storia sul Kuntilanak, uno spirito che vive negli alberi e che può venire evocato nel nostro mondo grazie ad un'antica cantilena.
Dopo aver sentito la cantilena Samantha inizia a sentirsi strana, e durante una lite con un'aggressiva vicina di stanza entra in una specie di trance ed inizia ad intonare il canto del Kuntilanak; le persone intorno a lei cominciano a morire l'una dopo l'altra. Riuscirà Sam a liberarsi dalla maledizione che pare averla colpita?



Nonostante siamo sempre nell'ambito "fantasmi", questo film indonesiano riesce a trattare l'argomento in modo abbastanza interessante, insistendo sulla tradizionale leggenda del Kuntilanak (reale e radicata nel sud-est asiatico), evitando di abusare dell'effetto "balzo sulla sedia" e puntando piuttosto a costruire un senso di tensione "totale". Il commento sonoro è in questo senso fondamentale; credo anzi di non aver mai visto un film in cui la musica, soprattutto di stampo così sinistro ed inquietante, sia non solo quasi onnipresente, ma spesso oltremodo insistita anche in situazioni non orrorifiche. Non abbiamo quindi i classici momenti di finta serenità o neutri tipici di molti film horror: in Kuntilanak la tensione musicalmente indotta non scende praticamente mai. Scelta coraggiosa e che funziona.


Purtroppo il film comincia a perdere punti proprio quando si inizia a mostrare sempre più nel dettaglio il "mostro" o "fantasma" in questione, ricadendo nei soliti clichè visuali triti e ritriti. Peccato, perchè la storia riesce ad essere, fino ad un certo punto, piuttosto originale ed intrigante, e ben supportata anche da una buona fotografia.
Attori nella media, tra cui però spicca la bella Julie Estelle.
Esistono due seguiti che per il momento non riesco a reperire - a quanto ho capito in Indonesia Kuntilanak è un grosso successo di botteghino.

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Sottotitoli AW

domenica 11 maggio 2008

Cinema in pillole, #3

















A Bloody Aria
di Won Shin-Yeon, Corea del Sud 2006
Genere: thriller/drammatico
Titolo originale: Guta Yubalja Deul

Park Young-sun, professore di musica, e In-jeong, sua studentessa, sono di ritorno da un'audizione.
Dopo un diverbio con un poliziotto prendono una strada secondaria e fanno una sosta; il luogo tranquillo e isolato svela le vere intenzioni del professore, e In-jeong si dà alla fuga.
Ma il posto si rivela non essere deserto, e i due finiranno coinvolti in un vortice di violenza e depravazione che non avrebbero mai neanche potuto immaginare.
A Bloody Aria è - appunto - un film di una violenza estrema, violenza tanto fisica quanto psicologica. Il ribaltamento dei ruoli, da vittima a carnefice e poi ancora a vittima e via così potenzialmente all'infinito, diventa dunque inevitabile: finchè ci sarà qualcuno di più debole su cui sfogare la propria rabbia, la propria sofferenza, non ci sarà fine.
I personaggi di A Bloody Aria, schiavi di questo circolo vizioso, hanno ormai in sè ben poco di umano, come ben sintetizza l'amara, incredula considerazione di In-jeong : "Non sei nemmeno un cane... un cane non farebbe una cosa del genere."
L'unico personaggio realmente "umano" della pellicola non può che sentirsi sconcertata e fuori posto in mezzo a tanta barbarie.
In definitiva si tratta di un thriller tutt'altro che superficiale, che mostra il lato peggiore dell'essere umano e lo fa con una grande eleganza stilistica e attraverso degli ottimi attori.
Mi ha pienamente convinto.



















Vibrator
di Ryuichi Hiroki, Giappone 2003
Genere: drammatico
Titolo originale: Vibrator

Rei è una trentenne giornalista freelance che soffre di disturbi psichici e alimentari.
Vive completamente scollegata dal mondo e dagli altri esseri umani, preda delle voci nella sua testa e della paura che il contatto con le persone possa costituire un pericolo.
Mentre in un supermercatino compra degli alcoolici, entra un camionista biondo ossigenato con degli stivali da pescatore. Il cuore di Rei, tramutatosi in telefono cellulare, vibra. "Mi piace", pensa.
Comincia così il viaggio di Rei e di Okabe, due perfetti sconosciuti che, nel microcosmo costituito dalla cabina del tir, scopriranno la forza dell'umana comprensione.
Il film di Ryuichi Hiroki è fondamentalmente un inno di speranza nei sentimenti umani. Pur dilungandosi un po' troppo in dialoghi triviali Vibrator convince e commuove, senza aver la presunzione di fornire risposte o mostrare inverosimili catarsi.

I due attori sono eccezionali, in particolare Shinobu Terashima (Rei) che regala un'interpretazione strepitosa.