martedì 15 aprile 2008

Re-Cycle, tentazioni horror e avventura fantasy


Titolo originale:
Gwai wik

Produzione: Cina/Thailandia, 2006

Genere: Horror/Fantasy

Regia: Oxide Pang Chun, Danny Pang

Sceneggiatura: Cub Chin

Durata: 108'


Ting-yin (Angelica Lee) è una giovane ma affermata scrittrice, che dopo una trilogia di romanzi d'amore annuncia il suo prossimo libro: Recycle, che avrà a che fare col soprannaturale.
A corto di ispirazione, cambia più volte idea sui personaggi e sulla trama.
Parallelamente iniziano ad accadere cose strane: trova dei lunghi capelli neri in casa, e riceve telefonate in cui si sentono solo scariche.

[Da qui in poi c'è un mini-spoiler, ma diversamente non avrei davvero niente di cui parlare, visto che il film comincia sul serio solo dopo questo colpo di scena. Chi vuol leggere legga, è tutta roba che si vede anche nei trailer comunque.]











Senza rendersene conto Ting-yin si troverà in un altro, strano mondo dove si accumulano le cose e le idee scartate e dimenticate; una bambina si offrirà di aiutarla a ritornare indietro.
L'idea prende origine dalla logica del "Recycle Bin", ovvero del "Cestino" che tutti abbiamo sul nostro desktop, dove vanno a finire le idee abortite e le cose non necessarie. Quando questi oggetti vengono eliminati, pur scomparendo alla vista rimangono presenti da qualche parte nel computer, in un luogo invisibile e sconosciuto.

Allora, cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto.

Mi è piaciuto lo sforzo di dare vita ad un'avventura (perchè di questo si tratta, davvero non di un film horror) originale e visivamente/concettualmente ricercata.
Mi è piaciuta moltissimo Angelica Lee, forse l'unico vero motivo per cui alla fine promuoverò questo film.











E veniamo a quello che non mi è piaciuto.
Sorvoliamo sulle citazioni - ma direi più scopiazzature - sia dall'impianto stilistico/visivo in generale che da precise locations di Silent Hill, più una evidentissima da "La Città Incantata" (che però ho apprezzato).
Quello che meno mi è piaciuto è la sensazione per buona parte del film che i registi volessero semplicemente "riempire lo schermo" con paesaggi e visioni sì suggestive, ma che alla fine hanno tolto spazio a cose ben più importanti, come l'approfondimento della storia e dei personaggi, lasciato solo, e in parte, alle quasi-ultime (toccanti) battute. Prende il sopravvento una sorta di carosello di diverse, bizzarre locations, alcune riuscite, altre meno.
Ho trovato inoltre piuttosto trite ed evitabili le prime scene in classico stile horror-salto-sulla-sedia. Che funzionano sempre, ma non portano il film nè avanti nè indietro; giuro poi che non ne posso più di figure allampanate coi capelli lunghi neri davanti alla faccia.










In definitiva, Re-cycle annacqua gli elementi buoni a creare un film davvero potente con tante cose che in realtà non aggiungono nulla se non un po' di chicche visive.
Uscendo dalla pretesa di vedere chissà che capolavoro, quello dei fratelli Pang è invece un film godibilissimo, colorato, di buona fattura, fantasioso e che sul finale non risparmia forti emozioni.
A me il finale-finale ha fatto accapponare la pelle, ma tanto.

Come intrattenimento siamo comunque assai sopra la media.

Collegamenti:

Trailer

domenica 13 aprile 2008

Cinema in pillole, #2

Durante questa settimana ero in ferie, ho recuperato un po' di film che dovevo vedere da un pezzo, e così siamo al terzo post in pochi giorni. Non vi ci abituate.

















Spirit of Jeet Kune Do: Once Upon a Time in High School di Yu Ha, Corea 2004.
Genere: drammatico
Titolo originale: Maljukgeori janhoksa

Non so bene perchè mi sono procurato e guardato questo film, ma devo dire che non mi è dispiaciuto per niente.
1978, Corea del Sud. Hyun-soo, un ragazzo timido e introverso con la passione per Bruce Lee, si trasferisce in una nuova scuola, dove si scontra subito con un'organizzazione scolastica punitiva e di stampo militaresco, in cui alla violenza utilizzata dai professori per mantenere la disciplina si unisce il bullismo perpetrato dagli studenti senior alle matricole e ai più deboli.
Farà amicizia con lo spavaldo e manesco Woo-sik, fino a che la comparsa di una ragazza, Eun-ju, non creerà il classico triangolo amoroso che farà vacillare tutto.
Anche se questo può sembrare il tema principale del film, in realtà l'attenzione si sofferma decisamente più a fondo sulla denuncia di un sistema scolastico brutalmente meritocratico e disumanizzante, e sull'estrema violenza in esso presente a tutti i livelli, da quelli teppistici a quelli istituzionali. L'evoluzione del protagonista rappresenta un grido disperato, un rifiuto rivolto sia alle sue vicende personali che all'intero sistema.
Once Upon a Time in High School insomma è un film ben più complesso e profondo di quanto possa inizialmente apparire; sicuramente non un capolavoro nè un campione di originalità, ma personalmente trovo abbia degli indiscutibili punti di forza.
Ma soprattutto: la scena del combattimento sul tetto della scuola spacca il culo.


















Séance di Kiyoshi Kurosawa, Giappone 2000
Genere: thriller/horror
Titolo originale: Kourei

Una
séance è un incontro spirituale con lo scopo di ricevere messaggi dai morti. Una seduta spiritica, insomma.
Koji Sato lavora come tecnico del suono, ed è spesso impegnato in field recordings allo scopo di catturare rumori naturali come il fruscio del vento tra gli alberi o lo scroscio dell'acqua.
Sua moglie Junko è una casalinga dotata di poteri psichici, una cosiddetta medium in grado di mettersi in contatto con le anime dei defunti.
Il loro è un matrimonio fatto di grigia quotidianità, all'apparenza sereno ma ormai privo di slanci e linfa vitale.
Proprio per le sue doti Junko viene contattata dalla polizia che brancola nel buio nel caso del rapimento di una bambina. Una terribile, ironica coincidenza però rischia di far ricadere i sospetti proprio su Koji e Junko...
Purtroppo non posso raccontare oltre per non rovinare la trama, piuttosto articolata e originale.
Il merito di questo film sta nel coniugare la dimensione del giallo o thriller, sviluppata in maniera avvincente seppur dimessa, con l'horror degli spettri adirati e vendicativi, riuscendo peraltro in questo secondo frangente a riciclare in maniera non pedissequa certi clichè visivi di Ringu-iana derivazione.
Splendida inoltre la fotografia, che pur restando su tonalità grigie, sbiadite - in tono con l'ambiente familiare dove la storia ha il suo nucleo - ha dei momenti di grande suggestione.

venerdì 11 aprile 2008

Noroi - l'inferno documentato su videotape

Titolo originale: Noroi

Produzione: Giappone, 2005

Genere:
Horror

Regia:
Kôji Shiraishi

Sceneggiatura:

Kôji Shiraishi, Naoyuki Yokota

Durata: 115'


La notte del 12 aprile 2004 la casa di Masafumi Kobayashi, giornalista del paranormale, va a fuoco. In seguito la moglie di Kobayashi, Keiko, viene ritrovata carbonizzata fra le macerie. Il corpo di Kobayashi non viene ritrovato. Ad oggi risulta ancora scomparso. Kobayashi aveva da poco ultimato un video documentario intitolato “Noroi – La Maledizione”, in cui era ricostruita la sua indagine riguardante la sparizione di una bambina dotata di poteri psichici, la presunta possessione di una giovane attrice e altri fatti inspiegabili, e la loro apparente correlazione con degli antichi e non documentati rituali compiuti nel villaggio di Shimokage, sommerso da un lago artificiale nel 1978.


Noroi utilizza per la narrazione l’espediente della videocassetta-documento che già fece la fortuna (meritata? Chissà) di The Blair Witch Project, con l’ovvio e subdolo scopo di sfumare e confondere la linea di confine tra fiction e realtà, tra immaginazione e cronaca vera.
E ci riesce.
La telecamera a mano si sostituisce quindi ai nostri occhi, rendendoci testimoni diretti di eventi inspiegabili e terrificanti, nei panni del cameraman di Kobayashi o di Kobayashi stesso.
L’intelligenza di Noroi sta nel non catapultarci subito negli eventi, facendoci seguire anche le ricerche a vuoto, i falsi indizi, la raccolta di testimonianze. Oltre a questo ci vengono mostrati in continuazione spezzoni di varietà televisivi, notiziari, articoli di giornale in qualche modo connessi all’indagine.
Tutto questo sempre e solo con lo scopo di aumentare il senso di verosimiglianza di quello a cui stiamo assistendo, passando gradualmente da situazioni ordinarie, o comunque riconducibili ad una sfera “razionale”, agli incubi più spaventosi.

Pur non discostandosi sensibilmente, come temi, dalle classiche storie di fantasmi e demoni a cui il cinema orientale (e i suoi emuli occidentali) ci hanno negli ultimi anni abituato, il film di Shiraishi riesce ad essere originale, convincente, e, soprattutto, assolutamente terrificante.

Sottotitoli su Asianworld.

Collegamenti:

Scheda IMDb

Trailer

Cinema in pillole, #1

Visto che sono già tanto puntuale nel rispettare le scadenze settimanali e nel completare le cose lasciate incompiute, ho pensato fosse opportuno introdurre una nuova tipologia di post.
O forse no?
Vabbè, chissenefrega.
Visto che la locandina "visti di recente" là sotto so bene che non se la fila nessuno, cercherò di "fissare" le ultime visioni dedicando loro almeno qualche riga. Da non-esperto quale sono ovviamente vi saprò solo dare le mie impressioni e consigliare o meno la visione, non vi aspettate grandi elucubrazioni!


















I'm a Cyborg, but that's Ok
- di Park Chan-wook, Corea del Sud 2006
Genere: commedia
titolo originale: Ssaibogeujiman Gwaenchanha

Young-goon dopo un tentativo di suicidio (o un incidente?) finisce in un manicomio. E' convinta di essere un cyborg, parla coi distributori automatici e si nutre leccando le batterie. Qui incontrerà Park Il-sun, un ragazzo che pare avere uno strano "potere", ovvero la capacità di "rubare" una particolare qualità di una persona tramite un singolare processo di trasferimento.
I'm a Cyborg, but that's Ok è una commedia atipica, altamente visionaria e per certi versi coraggiosa (in fondo si parla di malati di mente) che pur apparendo a volte il classico "esercizio di stile" riesce a divertire e pure a commuovere.
Merita comunque, senza dubbio alcuno, una visione.

















A Time to Love - di Huo Jianqi, Cina 2005
Genere: drammatico, sentimentale
titolo originale: Qĺngrén jié

A Time to Love narra la storia di Hou Jia e Qu Ran, un ragazzo e una ragazza amici d'infanzia il cui legame col tempo diventa sempre più forte, fino a dar vita all'amore. I genitori delle rispettive famiglie però si oppongono fermamente al loro rapporto: la madre di Hou Jia, costretta su una sedia a rotelle, accusa il padre di Qu Ran di aver ingiustamente denunciato suo marito al partito, portandolo al suicidio. La vicenda risale a quando Hou Jia e Qu Ran erano bambini.
I due si trovano quindi a vivere una personale versione del dramma di Romeo e Giulietta, costretti a pagare le conseguenze del fardello dei genitori e a bruciare lentamente per una passione impossibile.
Si rivedranno dopo anni, ma potrà mai essere tutto come prima?
...
La storia potrebbe sembrare anche banale, ma Huo Jianqi, forte di una regia solida e di attori eccezionali (in particolare Zhao Wei-Qu Ran), confeziona un film toccante. La storia d'amore dei due protagonisti, pur rimanendo su toni umili, modesti, quasi rassegnati, acquisisce a tratti una grande forza drammatica che le permette di uscire dal piano della grigia quotidianità in cui è calata per colorarsi dei sentimenti più puri e ideali.
Ora non vorrei dover dire "si perde un po' nel finale", ma purtroppo mi tocca: nella parte finale tutta questa sublime intensità il regista cerca disperatamente di recuperarla, ma senza riuscirci del tutto. A ben pensarci potrebbe anche essere una scelta, ma comunque troppo poco chiara.
A Time to Love è comunque un film più che valido, in grado di raccontare una profonda storia d'amore senza risultare stucchevole e anzi regalando dei momenti davvero intensi.

domenica 30 marzo 2008

Playlist settimanale (23.03 - 29.03)












Pizzicato Five - Happy End of the World [Matador 1997]

Voto: 8,5/10












Pizzicato Five - Bossa Nova 2001 [Columbia 1993]

Voto : 8,0/10

Decisamente sono i giapponesi Pizzicato Five la scoperta della settimana. La loro musica, un pirotecnico incontro fra gli anni 60, la bossa nova, l'electro-pop e il jazz che va sotto il nome di Shibuya-kei, è allegra, eclettica e dominata da un groove eccezionale.
Nati nel 1985, i Pizzicato Five sono stati probabilmente il gruppo giapponese più conosciuto nel mondo, oltre ad aver sfornato una quantità di dischi abnorme nei sedici anni di attività.
Parlando dei due dischi in questione: sono entrambi brillanti e superbamente eseguiti, con una maggior presenza in Happy End of the World di parti elettroniche e ritmi downtempo - il che dona all'album una varietà e longevità d'ascolto inaspettata, e spiega il mezzo punto in più.
Impossibile peraltro non notare una forte influenza nella musica fra gli altri di Stereolab, più recentemente Go! Team, e per certi versi Blonde Redhead.

Qualche video tratto dagli album in questione:

It's a Beautiful Day


Mon Amour Tokyo

Sweet Soul Revue


Genere: pop, bossanova













Maia Hirasawa - Though, I' Just Me [Razzia 2007]

Maia Hirasawa è una cantautrice mezza giapponese e mezza svedese, e questo Though, I'm Just Me è il suo disco d'esordio. La sue composizioni vanno da dolci ballate chitarra acustica e pianoforte a brani ritmati e scanzonati arricchiti da cori e arrangiamenti di fiati (And I Found This Boy), sempre improntate ad una fresca e genuina ispirazione pop. Nel suo spontaneo modo di cantare (che a volte ricorda un po' quello dell'islandese Bjork) si percepisce una forte vena intimista, l'espressione del piccolo, dolcissimo universo personale di cui con le sue canzoni Maia ci vuol rendere partecipi; ed è francamente una gioia starla a sentire.
Chi avesse dei dubbi si arrenda al secondo meraviglioso singolo, Gothenburg.

Voto: 7,7/10

Genere: songwriter, indie-pop












The American Dollar - The Technicolour Sleep [Yesh Music 2006]

Gli American Dollar propongono un soffuso post-rock strumentale fatto di rarefatti tappeti di synth, escursioni ambient-elettroniche, distanti arpeggi di pianoforte; suggestive textures sonore che spesso sfociano in strutture più tipicamente rock, o post-rock, dalle tinte solenni e drammatiche. Un po' come fanno i God is an Astronaut, ma non in maniera altrettanto convincente.
Detto questo The Technicolour Sleep è un disco sicuramente valido ed apprezzabile, che contiene anzi diversi bei momenti ("Signaling through the Flames" è uno di quelli).

Voto: 6,6/10

Genere: post-rock

giovedì 20 marzo 2008

Heavenly Forest - ovvero: semplicemente, ti amo

Heavenly Forest (titolo internazionale per Tada, Kimi Wo Aishiteru, letteralmente "Semplicemente, ti amo") è un film del 2006 di Takehiko Shinjo riconducibile ad un sottogenere del cinema romantico che sta sempre più prendendo piede in Giappone, e che va sotto il nome di "Pure Love".
Makoto Segawara (Hiroshi Tamaki) è un timido ragazzo con l'hobby della fotografia; il giorno della cerimonia di apertura dell'anno universitario incontra una strana ragazza che cerca di attraversare un incrocio molto trafficato. Lei, Shizuru Satonaka (Aoi Miyazaki), è una ragazza quantomeno originale: all'aspetto ancora poco più che una bambina, vistosi occhiali, capelli ruvidi, e uno strano gusto per l'abbigliamento. Tra i due, complice la difficoltà di entrambi ad inserirsi e a socializzare nell'ambiente universitario, nascerà presto un legame molto stretto e particolare, non privo di difficoltà.

Solitamente film del genere non li guarderei neanche in cartolina, se parlassimo delle solite smielate hollywoodiane. Non che questo non sia una smielata (perdio se lo è), ma ha diversi aspetti che lo rendono un film quantomeno interessante.


La prima cosa che ha catturato la mia attenzione (e la mia simpatia, che come al solito tende ad andare ai reietti) è che i due protagonisti, come già detto, sono ognuno a proprio modo dei "nerd", degli esclusi dalla socialità, per il proprio aspetto (Shizuru) o per propria scelta (Makoto).
La seconda e più importante questione è anche quella che fa funzionare tutto il film: l'alchimia che nasce fra Makoto e Shizuru, anche grazie alla bravura degli attori nei propri ruoli, è qualcosa che prende vita in un modo talmente spontaneo, naturale e credibile da risultare il vero motore di tutta la pellicola. Come è tipico dei film orientali i sentimenti non vengono ostentati - per quanto si raggiungano picchi di drammaticità davvero notevoli; spesso più che le parole o le azioni sono gli sguardi, le espressioni a descrivere quello che i protagonisti provano, dimostrando come sia in realtà difficile esprimere - e prima ancora, comprendere - le proprie emozioni.
Terzo, c'è un'attenzione e una cura della fotografia, delle inquadrature e nella scelta delle locations capace di regalare momenti di vera poesia visiva.
L'unico punto debole rimane probabilmente una certa parte della trama, forse troppo prevedibile (per quanto non manchino colpi di scena).



In definitiva, per essere un romantic movie questo Heavenly Forest mi è parso decisamente riuscito, poetico e coinvolgente nonchè godibilissimo sia dal punto di vista formale che narrativo.
Da maschietto ne consiglio la visione anche solo per ammirare la toccante performance della bellissima Aoi Miyazaki.
Un'ultima cosa: se qualcuno ha le lacrime facili rifletta bene prima di mettersi alla visione di Heavenly Forest, visto che qui a lasciarsi andare c'è davvero da consumare montagne di fazzoletti.

Collegamenti:

Trailer

Trailer lungo

Sito ufficiale (jp)



p.s. è possibile reperire i sottotitoli per Heavenly Forest su Asianworld

lunedì 17 marzo 2008

Playlist settimanale (09.03 - 15.03)

Complice una poderosa emicrania post weekend posto in colpevole ritardo gli ascolti della settimana appena trascorsa. Io e le scadenze non siamo mai andati d'accordo, devo dire. Questa settimana vi lascio inoltre con una citazione che amo. E' tratta dalla sceneggiatura del mai realizzato film Ubik, dal romanzo omonimo di Philip K. Dick (non ricordo se c'è anche nel libro ma mi pare di no).

Già, le piccole cose mi deprimono.
E' sintomatico di qualcosa.
Così quando arrivano i guai grossi sono già pronto a crollare.
E' la mia "volontà di fallimento".














Earth - The Bees Made Honey in the Lion's Skull [Southern Lord 2008]

Proprio quando credi di aver sentito più o meno un po' di tutto arriva qualcosa che ti fa ricredere. Gli Earth di Dylan Carlson esistono dal 1990 (io li scopro solo ora ma vabbè, vorrà dire che mi farò la discografia a ritroso) e sono artefici di un rock strumentale minimalista, con strutture dilatate che sembrano ripetersi all'infinito, spesso appoggiandosi sempre su un'unica tonalità (il famoso drone), una marcatissima componente psichedelica di Sabbathiana memoria. In sostanza siamo di fronte a pezzi basati su semplici e ripetitivi giri di chitarra più o meno distorta, tempi di batteria lenti e cadenzati, qua è là tappeti di hammond, accordi di pianoforte. Detto così non rende l'idea, ma provate ad ascoltare un pezzo come "Rise to Glory" o "Omens and Portents II: Carrion Crow" per capire quanto questa musica sia in realtà una potente fucina di immagini sublimi e suggestive, di scene da cinema western, di tramonti infuocati nel deserto - e i rimandi alla musica di Ennio Morricone sono continui, se non costitutivi.

Non avendo per ora termini di paragone con gli altri album forse esagererò, ma non posso che dire che "The Bees Made Honey in the Lion's Skull" mi è piaciuto e molto.

Voto: 7,7/10

Genere: psychedelic, drone music












Meshuggah - ObZen [Nuclear Blast 2008]

Ritornano i Meshuggah - che non seguivo da quel compendio di destrutturazione che era "Nothing" del 2002 - ed è un nuovo assalto sonoro, un nuovo attacco alle fondamenta della musica in 4/4.
Al primo ascolto a metà disco sono già annichilito. Basta un pezzo come "Bleed": sembra di entrare in una segheria infernale che viene travolta da una frana di macigni.
La formula ovviamente non ha subito grossi rinnovamenti rispetto al passato, tuttavia si nota una certa tendenza ad equilibrare i tipici "tempi dispari" e parti più "dritte", nonchè qualche spruzzata di Tool qua e là (vedi i primi secondi dell'opener "Combustion")
Insomma sono i Meshuggah, con il loro gusto perverso per il tempo indecifrabile e quella maniacale precisione che ne fa il gruppo ritmicamente più devastante che conosca nell'attuale panorama "metal".

Voto: 7,0/10

Genere: metal

domenica 9 marzo 2008

Playlist settimanale (02.03 - 08.03)

E dopo una vergognosa latitanza ritorniamo alle sane abitudini! Oltre ai tre titoli di cui parliamo oggi ho diversi altri ascolti "in progress", che manco a dirlo finiranno - se tutto va bene - nelle prossime playliste.













Yob - The Illusion of Motion [Metal Blade 2004]

Era da qualche tempo ormai che non riascoltavo questo gioiello di doom metal; o meglio, possiamo parlare di post metal con forti richiami alla psichedelia, allo space rock e all'ipnotico riffing sabbathiano.
Questo Illusion of Motion consta di soli quattro pezzi, le cui durate vanno dai canonici 6'11'' di "Doom #2" agli inquietanti 26'10'' della title track.
Siamo quindi di fronte ad una proposta "metal" ben coraggiosa e non allineata.
L'atmosfera che si respira nella musica degli Yob è quella di un viaggio allucinato e allucinogeno, in cui troviamo la ripetizione ossessiva (e non tanto per dire) di una medesima struttura ("Exorcism of the Host"), episodi ai limiti del minimalismo in cui abbiamo una singola corda - o al massimo dei bicordi - che vibra nel nulla scandendo sinistri rintocchi. E ancora, ritmi iper rallentati in cui le chitarre più che suonare sembrano gemere e lamentarsi, mentre il suono avanza, lentamente, come un macigno - e l'illusione del movimento sta appunto in questo.
Altra componente fondamentale a definire l'originalissimo sound degli Yob è il cantato. Mike Scheidt alterna delle parti in growl filtratissime a parti pulite molto acute, stridule e cantilenanti, che fanno pensare ad un Ozzy Osbourne alieno e psicotico.
Un album semplicemente grandioso.

Voto: 9,0/10

Genere: doom metal, post metal













Black Mountain - In the Future [Jagjaguwar 2008]

Questo dei Black Mountain è come si suol dire un bel pout pourri di generi e influenze differenti, che grossomodo fanno capo alla psichedelia anni 70, ma anche al folk, al rock progressivo, allo stoner rock ispirato dai Black Sabbath, ai Led Zeppelin.
Insomma un sound molto molto eterogeneo, tra un pezzo e l'altro ma anche all'interno dei singoli pezzi (esemplari in questo senso i sedici minuti di "Bright Lights"), che tuttavia convince, evidentemente grazie ad un songwriting capace di esaltare le diverse influenze riuscendo allo stesso tempo a farle funzionare in maniera omogenea tra di loro.
Sicuramente questo "In The Future" è un disco che è possibile apprezzare appieno solo dopo diversi ascolti, in quanto ricchissimo di riferimenti e sfumature che percorrono trasversalmente una grossa parte della musica "rock".

Voto: 7,6/10

Genere: rock psichedelico













Olivia - The Cloudy Dreamer [Cutting Edge 2007]

Olivia Lufkin è, insieme alle altre di cui ho già parlato in passato sul blog, una delle mie artiste preferite del panorama jpop. Essenzialmente perchè ad una sensibilità fortemente dark ed introspettiva unisce una musica spesso aggressiva ma comunque piena di brillanti intuzioni pop, ed una voce dolce ed esile - che ben contrasta con il mood dei pezzi più duri, esaltando viceversa la carica emotiva delle ballate. Questo mini-album contiene dei pezzi alla luce di quanto detto splendidi: Stars Shining Out, Wish, Cloudy World.
Così come delle altrettanto riuscite ballate (If You Only Knew, A Little Pain).

Voto: 7,0/10

Genere: jpop, jrock