giovedì 28 febbraio 2008

Ho il dvd, ho i sottotitoli. Now what?! (Ovvero, come aggiungere sottotitoli a un dvd)

Recentemente mi sono trovato alle prese con una procedura relativa al cosiddetto "dvd authoring", idealmente semplicissima, che poi si è rivelata nei fatti diabolicamente intricata. Dunque, i fatti sono questi: ho un film in dvd che nella mia lingua non è stato tradotto. Esistono però dei sottotitoli realizzati da appassionati. Mi sento quindi legittimato a desiderare che la magica unione di questi due ingredienti mi dia un dvd coi sottotitoli nel mio patrio idioma.
Facile a dirsi, assai meno a farsi.
Ma poichè dopo una settimana di tentativi e di sonore incazzature sono alfine giunto al risultato sperato, ho deciso di rendere partecipi tutti i lettori della procedura magica; nel caso qualcuno un bel giorno si trovasse nelle medesime necessità...

Che cosa devo per forza avere prima di iniziare?

a. il dvd incriminato
b. il file sottotitoli in italiano in formato *.srt che ho recuperato da qualche parte in rete

Che programmi mi serviranno?

- dvd decrypter
- vobedit
- srt2sup
- ifoedit
- dvd shrink
- alcohol 120%


1. con dvd decrypter decripto (appunto) il mio dvd sull'hard disk.
2. con vobedit, dopo aver aperto il file "VTS_01_0.VOB" (o comunque il VOB del film, controllate con VLC se avete dei dubbi) contenuto nella cartella "VIDEO_TS" del dvd che ho decriptato sull'hard disk al punto 1, "demuxo" (ovvero separo) su hard disk il flusso video e il flusso (o i flussi) audio. Per farlo clicco su "demux" e poi su "demux all audio streams" e "demux all video streams". Al termine di questa operazione avrò una cartella contenente un file video (*.m2v) e uno o più file audio (*.ac3)
3. con srt2sup converto il mio file di sottotitoli con estensione *.srt in un file con estensione *.sup (il formato supportato da ifoedit, che useremo dopo). To do so, apro il menu "srt file" e scelgo "open as text". Do ok alla finestra di dialogo che si apre, indi clicco su "all" (sulla destra). Ora, la faccenda dei colori non l'ho ben capita (diciamo pure che ho fatto tutto a caso finchè non mi è riuscito di ottenere un risultato decente), comunque ho fatto così:
- clicco su "alter subtitle layout"
- clicco su "global"
- nella finestra che appare imposto tutto così:
backgnd:
teal, trans
outline:
black, trans
text:
white
antialias:
gray
vertical alignment: bottom
horizontal alignment:
center
markers: black
- do "ok", poi "close"
- dal menu "sup file" seleziono "save", scelgo un nome e via con la conversione (piuttosto lenta ahimè).
4. in ifoedit dal menu "DVD author" seleziono "author new DVD"; ora non faccio altro che inserire i file video e audio ottenuti al punto 2, nonchè il file sottotitoli ottenuto al punto 3, ognuno nella sua apposita casellina. Ciò fatto do "ok", scelgo dove salvare i files e attendo un altro po'.
5. finita l'attesa clicco su "open" e vado ad aprire il file "VTS_01_0.IFO" contenuto nella cartella "VIDEO_TS" del dvd che ho decriptato sull'hard disk al punto 1. Ora double click su "VTS_PGCITI", e seleziono "VTS_PGC_1". Dal menu "subtitle color" seleziono "copy colors from this PGC".
6. ora di nuovo su "open", ma questa volta vado ad aprire il file "VTS_01_0.IFO" che troverò nella cartella in cui ho salvato i files al punto 4. Di nuovo double click su "VTS_PGCITI", seleziono "VTS_PGC_1", e infine dal menu "subtitle color" seleziono "paste colors into this PGC".
Clicco su "save", alla richiesta di sovrascrittura confermo. Ci siamo quasi!
7. in dvd shrink clicco su "open files" e scelgo la cartella contenente i files salvati al punto 4. Clicco quindi su "backup!" e scelgo di creare un'immagine *.ISO. Questo tornerà utile per verificare il risultato: avrò infatti un'immagine pari pari del DVD masterizzando, che potrò montare su un qualunque drive virtuale e vedermi con un altrettanto qualunque video player che mi permetta di selezionare la traccia sottotitoli (consiglio VLC).
8. se i sottotitoli risultano leggibili masterizziamo l'immagine dvd con alcohol 120% e il gioco è fatto!

Questa piccola guida, che spero possa tornare utile a qualcuno, è stata realizzata mettendo insieme diverse procedure trovate qua e là, ma soprattutto sbattendo la testa contro il muro per diversi giorni.

martedì 26 febbraio 2008

Narutaru, fantascienza, brutalità e denuncia sociale

Narutaru è una serie tv in tredici episodi del 2003, tratta dall'omonimo manga di Mohiro Kitoh.
"Narutaru" è la contrazione di Mukuro naru hoshi tama taru ko, che sta a significare "il dono prezioso di una stella morente a una ragazzina" (preso da Wikipedia pari pari, che vi credete, ancora non sono a questi livelli). Il manga ha subito ovunque censure più o meno pesanti, e in alcuni paesi ne è stata addirittura interrotta la pubblicazione; questo a causa della pesantezza di certi argomenti trattati e di alcune scene molto crude e violente - in netto contrasto con un'immagine esteriore da "prodotto per bambini".
La stessa dinamica si ripropone nell'anime, sebbene con una rappresentazione della violenza decisamente meno "grafica" - ma comunque chiarissima; a partire dalla spensierata sigla nulla lascerebbe immaginare che l'evoluzione della serie si traduca in morte e sofferenza, nella spietata rappresentazione di quanto di peggio gli esseri umani siano in grado di infliggere al loro prossimo.


Narutaru ha come protagonista una ragazzina delle elementari, Shiina Tamai. Durante la consueta vacanza estiva dai nonni al mare, spintasi troppo al largo perde le forze e rischia di annegare. Viene salvata da uno strano e buffo essere a forma di stella, che da quel momento inizierà a seguirla ovunque come una specie di compagno. Shiina battezza la silenziosa creatura (che nella serie viene definita "drago") Hoshimaru, e ben presto scopre che essa è dotata di strani poteri, tra cui il volo e la possibilità di modificare la propria forma.
Non può ancora immaginare come l'incontro con questo strano e apparentemente innocuo essere le spalancherà un mondo di terrore, sofferenza e morte.
Già dai primi episodi, nonostante il clima sia sereno e disteso, si fa strada nello spettatore un vago senso di inquietudine e tensione. Gran parte del lavoro lo fanno le musiche, che anche su scene apparentemente normali presentano qualche dissonanza più o meno accentuata, dando l'impressione non del tutto cosciente che "qualcosa non vada".


Se per nove episodi la narrazione tratta "il mistero dei draghi" - anche qui con rivelazioni assai poco piacevoli -, da lì in poi l'attenzione si sposta sulla vita scolastica di Shiina e delle sue compagne, e qui calano le tenebre più nere. Vengono descritti atti di bullismo e violenza, di stupro, tendenze suicide. Il tutto, non dimentichiamoci, con protagonisti bambini delle elementari. Tutto questo assume un valore ben preciso alla luce delle statistiche, che riconoscono al Giappone il triste primato di paese con il più elevato tasso di suicidi. Suicidi che spesso hanno anche fenomeni come il bullismo scolastico fra i fattori scatenanti.

Con la sua conclusione Narutaru lascia molti misteri irrisolti, sull'origine dei draghi, sul perchè si scelgano un compagno, sullo scopo della loro esistenza. Ma lascia anche con parecchio su cui riflettere, e in conclusione se devo decidere se consigliarla o meno è proprio per questo motivo che dico di sì.

Narutaru è una serie quantomeno atipica, violenta, angosciante, piena di controversie; ma è anche una di quelle che lasciano il segno.

domenica 24 febbraio 2008

The Host, eclettico monster movie fra humour nero e terrore

The Host, titolo originale "Gwoemul", è un film del 2006 del regista coreano Bong Joon-ho.
Attratto dalla locandina e dall'inquietante trailer me lo sono procurato - a fatica, perchè ovviamente di distribuzione italiana manco l'ombra.
La storia esordisce nell'obitorio di una base americana in Sud Corea, nel 2000. Due dottori versano un centinaio di bottiglie di formaldeide giù per lo scarico; la sostanza finirà direttamente nelle acque del fiume Han. La scena successiva mostra due uomini intenti a pescare nel fiume; uno di essi nota qulcosa di strano nell'acqua, riesce a raccoglierlo in una tazza ma poi se lo fa sfuggire.
Anni dopo, sempre sulle rive del fiume, si forma un gruppo di curiosi: cos'è quella grossa cosa appesa sotto il ponte? Materiale da costruzione? No, sembra muoversi...
Non racconto oltre per non rovinare le scene successive, che sono tra le migliori del film.
In the Host comunque sia c'è un mostro, c'è qualcuno che scompare, e ci sono gli eroi che andranno a reclamare giustizia. Ma quanto siamo lontani da un'analoga narrazione di stampo USA! Gli eroi di questo film sono tutto tranne che eroi classici, integerrimi e magari bellocci. Sono persone semplici, pure poco sveglie, che si trovano calate loro malgrado in un vero incubo, e sono costrette ad affrontarlo con tutti i mezzi che hanno.


La grande forza di questo film, ciò che lo rende un fortunatissimo esempio di intrattenimento "intelligente", è il saper mescolare generi diversi e soprattutto registri diametralmente opposti, riuscendo ad essere drammatico e spaventoso da una parte, e addirittura a far ridere di gusto dall'altra. E il bello è come questa operazione non risulti assolutamente artefatta o forzata; grazie ad un'ottima caratterizzazione dei protagonisti (nonchè alla loro bravura) certe scene oggettivamente ai limiti del demenziale sembrano calzare perfettamente.
Il film introduce oltre a questi anche dei temi "importanti" come l'ecologismo e l'indifferenza delle istituzioni di fronte ai drammi personali - e questo è un po' un "tema portante parallelo", che condiziona tutto lo svolgersi degli eventi.
Se per questi aspetti siamo molto distanti dal classico prodotto del genere made in USA, dal punto di vista tecnico/visivo The Host non ha nulla da invidiare ai concorrenti a stelle e strisce, proponendo scene assolutamente spettacolari ed effetti speciali di prim'ordine, così come un accompagnamento sonoro di grande effetto.
Promosso a pieni voti.

Un ultimo consiglio: ho potuto notare come il doppiaggio americano abbia tendenzialmente cambiato il senso di molte frasi, pertanto raccomando la visione di The Host in lingua originale con sottotitoli (inglesi o italiani, si trovano entrambi).

Collegamenti:

Sito ufficiale

Trailer

domenica 10 febbraio 2008

Playlist settimanale (03.02 - 09.02)

Et voilà, ritorna la playlista che tanto (?) aspettavate; poche ma interessanti novità che vado subito a descrivervi. Enjoy!












Penguin Cafe Orchestra - Penguin Cafe Orchestra [EG 1981]

Proseguo con il secondo capitolo della Penguin Cafe Orchestra, ed è ancora magia pura. Di nuovo le coordinate sono le più disparate, dal folk al jazz alla classica per dare vita ad una musica da camera fatta di associazioni libere, di immagini da sogno, di momenti di gioia totale.
Eh sì, perchè rispetto al già bellissimo esordio qui la musica della Penguin Cafe Orchestra si arricchisce di una dimensione giocosa e solare del tutto unica.

Voto: 8,4/10

Genere: chamber music












The Boo Radleys - Wake Up! [Creation 1995]

I Boo Radleys partono da un sound tipicamente shoegaze o dreampop, per poi avvicinarsi sempre più ad un pop-rock più diretto e pulito. Wake Up! rappresenta il più riuscito tentativo di questa seconda fase.
A partire dal singolo "Wake Up, Boo!" la ricetta dei Boo Radleys appare chiara: un rock-pop solare, intelligente, ben suonato e arricchito da superbi arrangiamenti di fiati.
Un ascolto in un certo senso molto disimpegnato, ma santiddio, ci vuole pure questo!

Voto: 7,2/10

Genere: rock-pop












Chavez - Ride the Fader [Matador 1996]

Davvero incredibile questo disco. I Chavez riescono nel magico intento di fondere gli incastri math-rock con una spiccatissima sensibilità melodica, liberando il genere da quel didascalismo che in certe sue forme si porta appresso - relegandosi a pane per i soli appassionati, tipo me.
In sostanza quello che abbiamo qui sono pezzi rock inusuali, con patchworks di chitarra originalissimi e tempi spesso complessi, e tuttavia miracolosamente immediati e fruibili.

Voto: 8,0/10

Genere: math-rock, post-hardcore

giovedì 7 febbraio 2008

Now and Then, Here and There - l'orrore della guerra annienta i sentimenti

Now and Then, Here and There è una serie TV in 13 episodi del 1999/2000, diretta da Akitaro Daichi e realizzata da Studio Aic / Geneon Entertainment.
Me lo sono sparato tutto di fila domenica passata (ah che belle le full immersion, quando si ha il tempo da farle!), e devo ammettere che mi ha molto impressionato.
Innanzitutto, le analogie col capolavoro Miyazakiano Mirai Shonen Conan (che in sede di recensione darò per scontato) si sprecano: a parte che qui non siamo sulla Terra - o meglio non più dopo i primi dieci minuti - c'è tutto quello che caratterizza il mondo post-atomico in cui Conan e Lana lottano per la sopravvivenza loro e del genere umano.
La città-fortezza in questo caso non è Indastria ma Helliwood, e anche qui si tratta di vestigia e imponenti tecnologie belliche del passato che un sovrano pazzo e spietato si appresta a riattivare. Per fare questo ha bisogno di una strana ragazzina (Lala Ru, la nostra Lana) e del suo potere ....
Il protagonista, Shu, è un vero alter ego di Conan, giovane, ottimista, rispettoso della vita, e in certe situazioni disumanamente forzuto e atletico (ricordate l'arrampicata sulla torre di Indastria? Ecco.)
Cosa rende allora questa serie valevole di visione, e non un mero riciclo di uno schema già collaudato?









In "Now and Then, Here and There" non c'è quasi spazio per umorismo o toni leggeri; la guerra è mostrata in tutta la sua spietatezza, e a far quasi più paura delle violenze e delle uccisioni sono le logiche perverse che della guerra stanno alla base. Con l'illusione di un "grande disegno", di un nobile scopo, dei ragazzi e addirittura dei bambini vengono addestrati ad uccidere dei loro simili, ad avere disprezzo della vita altrui, giustificando qualunque azione, anche la più atroce, con gli ordini ricevuti.
Durante tutta la serie vengono presentate situazioni in cui la logica non serve a risolvere le divergenze, dove pur sforzandosi non è possibile individuare chiaramente la retta via, il modo più giusto di agire, semplicemente perchè non esiste; la guerra annienta qualunque pensiero razionale, e insieme ad esso valori come amicizia ed altruismo.
Nonostante i protagonisti siano quasi tutti bambini "Now and Then, Here and There" è una serie molto diretta e a tratti brutale, che non risparmia squarci di estrema crudeltà e violenza: per vivere bisogna uccidere, o meglio uccidersi a vicenda, e così perdere la propria umanità un pezzetto alla volta.
Parallelamente non mancano del resto momenti di profonda poesia, in cui le speranze nel mondo e nell'umanità sembrano non essere definitivamente perdute.

La validità di "Now and Then, Here and There" non sta tanto nell'aspetto tecnico, per il quale ci troviamo di fronte ad un prodotto di livello discreto ma nulla di più.
E' invece raro trovare una serie che vada così in profondità nello scandagliare le inquietudini, le contraddizioni, e in fondo il marcio e la bellezza che coesistono nell'animo umano, mostrando la guerra per quello che è: una totale follia.

Voto: 8,0/10

Collegamenti:

Sito ufficiale.

Trailer (amatoriale).

lunedì 28 gennaio 2008

Seirei No Moribito, il Guardiano dello Spirito Sacro

Era ormai un po’ di tempo che non guardavo una serie “full – lenght”, ovvero di 24-26 episodi. Un po’ per una concreta questione temporale: visionare un’opera simile nella sua completezza, calcolando una durata di 25 minuti ad episodio, significa trascorrere quasi undici ore di fronte allo schermo.
Ma basta lamentarsi e veniamo all’opera in questione.

Seirei No Moribito è una serie TV del 2007 diretta da Kenji Kamiyama e basata sui primi due volumi di una serie di romanzi fantasy dello scrittore Nahoko Uehashi. La realizzazione è affidata alla prestigiosa Production I.G., da sempre distintasi per l’eccellenza tecnica delle sue produzioni, a partire da lungometraggi come The End of Evangelion, Jin-Roh, Ghost in the Shell fino a serie animate come Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (di cui lo stesso Kenji Kamiyama è regista) e Blood+.

Come il suo omologo cartaceo, la serie animata prende vita in un mondo tra l’epico e il fantasy, in cui coesistono guerrieri, sciamani, indovini, spiriti protettori e demoni, così come numerosi regni e i rispettivi imperatori.

Un breve accenno alla storia.

Balsa è una guerriera (nella serie ci si riferisce spesso a lei come “il lanciere”) che lavora come guardia del corpo. Dopo diversi anni decide di tornare a visitare l’impero di Yogo, ma appena dopo il suo arrivo assiste ad un terribile incidente: una carrozza perde il controllo su un ponte, un ragazzo viene sbalzato fuori e finisce in acqua. Utilizzando le sua abilità di guardia del corpo, Balsa riesce a salvare il giovane da una morte certa, salvo poi scoprire che egli altri non è se non il secondo principe della famiglia imperiale di Yogo, Chagum.

Viene rintracciata e condotta a palazzo per ricevere i dovuti ringraziamenti; qui la seconda imperatrice le svela che il figlio Chagum pare essere posseduto da uno spirito dell’acqua, e che questo ha determinato nell’imperatore la decisione di assassinarlo per evitare scandali che possano indebolire l’impero. Le chiede quindi di assumersi un oneroso incarico: scappare col principe e proteggerlo per il resto della sua vita in cambio di una enorme ricompensa.


Balsa accetta, accennando ad un voto che le impone di salvare otto vite, che contando quella di Chagum potrebbe considerarsi assolto. Comincia così il lungo e pericoloso viaggio dei due, braccati dagli scagnozzi imperiali e alle prese con la strana entità che sembra possedere il giovane …

Questo ovviamente non è che l’inizio, la storia si dipana e si complica attraverso i ventisei episodi, e non mancano colpi di scena così come flashback sul passato dei protagonisti.

Dal punto di vista strettamente tecnico Seirei No Moribito è assolutamente spettacolare. I fondali sono meravigliosamente disegnati, e le frequenti panoramiche su immense vallate verdeggianti e maestose montagne innevate riportano alla mente le epiche sequenze di “Princess Mononoke”, di cui in realtà un po’ ovunque si respira l’atmosfera. Il character design è maturo e realistico, l'animazione, fluida e di qualità costante per tutta la durata della serie, dà il meglio di sè nelle scene d'azione, che siano combattimenti o inseguimenti.

Seirei No Moribito è una serie di grande spessore, adulta e senza inutili fronzoli. In una serie simile non sarebbe strano ad esempio aspettarsi che, per “alzare gli ascolti”, la protagonista, femmina e per di più guerriera, si aggiri per il mondo in abiti succinti che ben si prestano ad ammiccamenti vari; invece Balsa veste come un normale guerriero, con una veste chiusa fin sotto il collo e lunga fino ai piedi. Certo, il suo fisico è statuario e dalle forme generose, ma questo ci viene solo lasciato intuire.

I personaggi sono belli e ben caratterizzati. Balsa è un’eroina che si è costruita un suo personale codice morale che segue rigidamente; agisce guidata da un forte senso di giustizia, è intelligente, carismatica e tagliente nell’eloquio – di cui fa un uso quanto mai parsimonioso. Per questi ed altri aspetti mi ha ricordato una versione “fantasy” del maggiore Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell.


Per citarne un altro, il più gustoso è sicuramente quello dello Sciamano Torogai, una vecchia tanto saggia quanto scorbutica e maleducata; davvero esilarante, soprattutto inserita in una storia dalle tinte spesso fortemente drammatiche. In questo personaggio ritrovo un’altra, evidente ispirazione Miyazakiana nella forte somiglianza con la strega Yubaba de “La Città Incantata”.

Bellissima quanto epica infine la colonna sonora di Kenji Kawai, fatta di pezzi orchestrali mozzafiato che ben sottolineano in particolare le scene più drammatiche o d’azione.

La sigla iniziale (eh già, pur sempre di una serie si tratta) è un bel brano pop-rock dei famosissimi L'Arc~en~Ciel, intitolato “Shine”.

In definitiva Seirei no Moribito riesce a mantenere viva l’attenzione e la curiosità dello spettatore innanzitutto grazie ad una grande storia e ad una sapiente regia. Ogni episodio aggiunge nuovi elementi ed altri ne lascia in sospeso, fino ad arrivare alle ultime drammatiche battute e ad un finale assolutamente all’altezza, pienamente conclusivo e che ci lascia con un solo rimpianto: che tutto si sia ormai concluso.

A questo uniamo dei personaggi credibili, un mondo affascinante e fantastico ma mai “esagerato” e una realizzazione tecnica mozzafiato, ed otteniamo un prodotto abbondantemente sopra la media, dagli standard quasi cinematografici. Consigliatissimo.


Voto: 8,5/10


Collegamenti:

http://www.productionig.com/contents/works_sp/53_/index.html

http://www.moribito.com/

Trailer 1

Trailer 2

Sigla di apertura

domenica 20 gennaio 2008

Playlist semi riassuntiva al 19.01.08

Il mondo dei computer è bello finchè funziona tutto, ma le insidie sono sempre in agguato. Messo in chiaro una volta per tutte col mio pc chi è che comanda, torno quindi ad aggiornarvi sugli ascolti (perlomeno sui più importanti), cercando di recuperare il tempo perso.
Enjoy!












Mazzy Star - So Tonight that I Might See [Capitol 1993]

Questo disco è un piccolo mondo a parte. La musica si muove tra il folk, il dream-pop, lo sheogaze alla My Bloody Valentine, venature blues, e consistenti echi psichedelici. La voce di Hope Sandoval è timida, sommessa, di una dolcezza dirompente. E forse, al di là del bellissimo singolo "Fade into You", di una splendida ballata come "Five String Serenade" o del languido blues di "Wasted", sono proprio i brani in cui la connotazione psichedelica si fa più evidente a dare la vera e più sincera dimensione della musica dei Mazzy Star (nominalmente una band, ma di fatto progetto della cantante Hope Sandoval e del chitarrista David Roback): "Mary of Silence", "Into Dust" e soprattutto la title-track, una lunga ed avvolgente litania da ascoltare di notte davanti al fuoco, magari in mezzo al deserto.

Voto: 8,5 /10

Genere: dream-pop, shoegaze












PJ Harvey - Stories frome the City, Stories from the Sea [Island 2000]

Primo avvicinamento per il sottoscritto alla torbida rockeuse inglese con questo disco che, a quanto ho letto, è anche il suo più genuinamente "rock". Che dire, mi ha decisamente entusiasmato; dai pezzi traspare una passione e una sensualità fuori dal comune, nonchè una buona ispirazione melodica.

Voto: 7,5/10

Genere: songwriter, rock













Dot Allison - We Are Science [Mantra 2002]

Dorothy Allison è una cantante di Edinburgo che negli ultimi anni ha fatto parecchio parlare di sè nel mondo dell'elettronica "alternativa". Questo We Are Science è il secondo disco da solista. La sua musica è stata definita "trip-pop", e direi che l'etichetta è piuttosto azzeccata: i pezzi sono piacevoli ed orecchiabili, la maggior parte costruiti su basi elettroniche semplici, in cui il "beat" è molto presente ("We're only science"), insieme ai synth e al basso. Altri sono più vicini a pezzi rock "classici" ("Strung Out"). La voce di Dorothy si inserisce in maniera delicata, a volte solo un po' più che un sussurro.

Voto: 7,9/10

Genere: indietronica












Miss Kittin - Batbox [Nobody's Bizzne 2008]

Miss Kittin è una nota ed apprezzata dj francese con una spiccata immagine da "bad girl".
Questo è l'ultimo disco, altri non ne ho sentiti. Per intenderci sulla carta non è troppo diversa da Dot Allison, mentre nella realtà il risultato è ben più "acido" e dance-oriented. Come quella proposta da Dot Allison però anche questa è elettronica di gran classe, danzereccia certo, ma in grado di rivelarsi assolutamente affine anche alle orecchie di un ascoltatore di rock.

Voto: 7,3/10

Genere: indietronica












Infected Mushroom - I'm the Supervisor [JVC Japan 2005]

E qui invece andiamo sul tunz vero e proprio. Gli Infected Mushroom sono un duo israeliano di Tel Aviv, molto rinomati per la loro fusione tra techno "dura" e ritmi e sonorità etniche in un genere definito "psytrance".
Non sono i Chemical Brothers, qui la cassa picchia e di brutto, roba da tirar giù i vetri. Eppure sono le tante e continue raffinatezze, i cambiamenti d'atmosfera o addirittura di genere, la varietà di suoni e di strumenti (ci sono anche parecchie chitarre, per intenderci), l'innegabile talento nel costruire al momento giusto sequenze melodiche entusiasmanti a rendere "I'm the Supervisor" tanto valido.
Probabilmente il rocker più puro avrà bisogno di svariati passaggi intermedi prima di riuscire a digerire un disco del genere.
Quanto a me, gimme some more!

Voto: 8,3/10

Genere: techno, psytrance












Ai Otsuka - Love Jam [Avex Trax 2005]

Questo è un altro disco che adoro della ragazzina terribile di Osaka. Si passa da brani letteralmente scatenati ("Superman", "Happy Days", "Pon Pon") a meraviglie pop-dance ("Moso Chop") a ballate da brivido (su tutte la meravigliosa "Daisuki Da Yo"). Insieme a "Love Cook" indiscutibilmente il migliore.

Voto: 8,0/10

Genere: J-pop












Descendents - Milo Goes to College [New Alliance Records 1982]

Il punk rock dei californiani Descendents ebbe il pregio di introdurre nella durezza dell'hardcore una marcata sensibilità melodica, anticipando gran parte del cosiddetto punk rock melodico di lì a venire.
A parte questo, Milo Goes to College è un gran bel disco.

Voto: 7,0/10

Genere: punk rock












Clock dva - Advantage [Wax Trax! 1983]

Non sono un grandissimo estimatore dell'industrial, almeno non per il momento. Ma questo disco lo adoro. Sarà che si distanzia dalle sonorità industriali più dure, saranno gli arrangiamenti di fiati, saranno gli incredibili groove tra batteria e basso, oppure sarà l'atmosfera genialmente cupa e decadente che avvolge l'intero album. Sarà il cantato minaccioso e marziale di Adi Newton, saranno quelle aperture melodiche che proprio non ti aspetteresti. Ma se Advantage non è un capolavoro ... anzi, che dico. E' un capolavoro.

Voto: 9,5/10

Genere: industrial, post-punk












The Dillinger Escape Plan - Ire Works [Wea/Relapse 2007]

Un solo ascolto probabilmente non basta, ma forse è sufficiente a capire l'entusiasmo che si è creato attorno all'ultimo disco dei Dillinger Escape Plan sulla stampa specializzata.
Alle tipiche sfuriate mathcore si affianca una dose sempre maggiore di sperimentalismo e di contaminazione, sconfinando a tratti nella fusion; dall'altra parte, ecco parti semi lineari, vocalmente fruibili, melodiche.
Un affascinante incontro fra ordine e caos.

Voto: 7,2/10

Genere: mathcore

mercoledì 9 gennaio 2008

Al cinema col grande Cthulhu - parte 1

Quand'ero ancora al liceo ho sviluppato una grande passione per i racconti e la mitologia di H. P. Lovecraft; ho letto praticamente tutto il leggibile, e tutto più di una volta. Tuttavia mi sono recentemente reso conto di non avere mai indagato a dovere le trasposizioni filmiche dei lavori del solitario di Providence. Ce ne sono? Ma soprattutto, ce ne sono di valide?

Stando a quanto ho potuto appurare fino ad ora, la risposta è ad entrambe le domande.

Per cominciare, l'altro ieri sera ho visto in sequenza:

Dagon (2001)

From Beyond (1986)

Entrambi ispirati al ciclo dei miti di Cthulhu di H. P. Lovecraft, sono entrambi diretti da Stuart Gordon e prodotti da Brian Yuzna, la stessa coppia di Re-animator del 1985 (di cui parlerò in futuro).


Dagon è ispirato a due importanti racconti di Lovecraft (The Shadow over Innsmouth e Dagon, appunto) incentrati su una sperduta cittadina marittima i cui abitanti, abbandonata la fede cristiana, hanno iniziato ad adorare un antico e sanguinario dio del mare, che concede abbondanza di pesce e oro in cambio di riti in suo onore e sacrifici umani.
La "salvezza" offerta da Dagon è ben diversa da quella del Dio cristiano: gli abitanti del villaggio evolvono e mutano lentamente prima in creature anfibie, per poi trasferirsi definitivamente nel mare e vivere per sempre in adorazione di Dagon.
Il film mi è decisamente piaciuto, in quanto oltre ad una realizzazione tecnica di buon livello (quando non ottimo) offre un panorama di situazioni e personaggi davvero irresistibili per un appassionato del maestro di Providence. L'atmosfera è pesantissima, maligna; gli abitanti di Imboca (così è rinominata Innsmouth nel film) si aggirano zoppicando per le vie buie e umide emettendo suoni raccapriccianti simili ai gracidii delle rane, e i loro corpi mostrano i disgustosi segni della mutazione, le dita palmate, gli occhi vitrei.
La trama ha un inizio molto semplice per poi complicarsi parecchio, nel rispetto dei racconti originali.
Due coppie sono in vacanza su una barca a vela, al largo della costa spagnola. Improvvisamente nei pressi della costa incappano in una tremenda tempesta, l'imbarcazione si arena sugli scogli e una donna si ferisce gravemente ad una gamba; l'unica soluzione per Paul e la sua fidanzata è andare a cercare aiuto per i loro amici al villaggio che si vede sulla riva.
Tuttavia non appena i due sbarcano risulta evidente che c'è qualcosa di strano: non si vede anima viva, porte e finestre sono sbarrate, e si ode uno strano canto, simile ad una cerimonia. I due giungono ad una chiesa che reca uno strano simbolo e la scritta "Esoteric Order of Dagon" ...

Nel corso della visione non mancano, insieme a mostri e deformità assortite, un paio di scene splatter davvero truculente.
Altra nota di merito sono le frequenti sequenze oniriche, in cui il protagonista sogna di nuotare negli abissi tra le rovine di una civiltà dimenticata; grazie ad esse la storia guadagna in profondità e pathos.
Unica pecca degna di nota è proprio il protagonista (Ezra Godden), piuttosto scialbo; un Jeffrey Combs sarebbe stato di certo tutta un'altra cosa.


From Beyond (dal racconto omonimo del 1920), per quanto più vecchio e dall'aspetto assai meno "lucido", quasi da b-movie, è un pugno nella stomaco, un vero delirio di visioni allucinate, carni straziate, corpi deformati.
La storia è semplice e brutale: due scienziati, il dottor Pretorius (Ted Sorel) e il suo assistente Crawfford Tillinghast (Jeffrey Combs), costruiscono un "risonatore", ovvero un diapason che vibrando ad una determinata frequenza manda in risonanza la ghiandola pineale di chi si trova nel suo raggio d'azione. Questa ghiandola secondo la teoria di Pretorius (mutuata da Cartesio) costituirebbe un "sesto senso" sopito, il favoloso "terzo occhio", e le vibrazioni ne aiuterebbero il risveglio spalancando le porte alla percezione di un altro mondo ....
Un esperimento finisce male, Pretorius scompare; Tillinghast è accusato del suo omicidio e internato in un manicomio - viste le sue continue allusioni a "creature che non possiamo vedere ma che sono sempre intorno a noi".
La psichiatra Katherine McMichaels (una bella e brava Barbara Crampton), non credendo alla sua pazzia, vuole aiutarlo a riottenere la libertà; ma l'unico modo per farlo è ripetere l'esperimento ...

Il film coniuga una trama infarcita di temi oltremodo "malati" a scene morbose ed effetti speciali "esagerati" - in cui a farla da padrone è lo scempio più sfrenato dell'integrità corporea - riuscendo appieno nel compito di turbare lo spettatore con una vera e propria esperienza da incubo.


Dopo i film però ho fatto un po' fatica a prendere sonno, avrò mangiato pesante? Mah.